Venti cappellani per il secolo barocco I sacerdoti attivi a San Giovanni d’Andorno dal 1602 al 1702
- febbraio 2022
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- di Danilo Craveia
La Voce di San Giovanni, Bollettino di San Giovanni
Torniamo all’epoca barocca, che sarà protagonista dell’estate in valle, per raccontare una storia poco nota, ma curiosa. Nel Seicento, momento di grande espansione del culto del Santo dell’Alta Valle Cervo, la figura del cappellano incaricato di officiare nella chiesa che custodisce il Simulacro rivestiva un ruolo fondamentale, ma la sua vita non fu sempre facile, anzi. La devozione aumentava, la buona fama del pio luogo anche, e non mancavano fatti prodigiosi a contribuire all’incremento dell’affetto speciale dei valligiani (ma non solo) nei confronti del piccolo santuario. Santuario che, proprio lungo il XVII secolo, piccolo non rimase, grazie agli sviluppi architettonici rilevanti di cui fu oggetto. Tuttavia, il cappellano, soprattutto prima che fosse affiancato da un collega e dall’eremita, viveva in condizioni disagevoli, quando non insopportabili, tanto che, sotto questo specifico punto di vista, fu una sorta di “balletto”, molto barocco senza dubbio, con cambi e ricambi continui del sacerdote dedicato.
La prima notizia relativa alla presenza di un cappellano a San Giovanni d’Andorno è fornita dal resoconto della visita pastorale del 1602[1]. Don Giovanni Battista Cossa era tenuto a celebrare la messa nei giorni festivi per 24 ducatoni all’anno. Quattro anni dopo, al suo posto c’era un certo “presbiter Horatius Platus” (Orazio Piatti) che percepiva 300 fiorini all’anno. Costui aveva chiesto di poter officiare “cum cantu”, ma il parroco di Campiglia Cervo, che era il suo superiore diretto[2], si oppose. All’epoca, la messa dei giorni festivi si celebrava “dimidia hora post solis ortum”, cioè mezz’ora dopo l’alba, e comunque non prima della messa della parrocchiale.Nel 1641 il cappellano si chiamava don Giovanni Battista Bernardi. Sette anni dopo la chiesa si ritrovò priva di officiante. Dapprima i “ministri” del santuario chiesero la disponibilità di don Giovanni Battista Garella di Biella, ma la trattativa non andò a buon fine. Nel 1649 fu contattato don Giovanni Battista Zanazza, che accettò per 150 lire annue[3]. Don Zanazza, un valèt, faceva già parte della “squadra” di cappellani attivi nella parrocchia campigliese e, almeno all’inizio, non fu un problema assegnarlo a San Giovanni d’Andorno. Però l’impegno non era leggero, tanto più che lui e un suo collega, don Antonio Gilardi, dovevano anche occuparsi della scuola che accoglieva a Campiglia Cervo tutti i bambini della Bürsch o, almeno, quelli che erano nella condizione di frequentarla. A un certo punto i due sacerdoti maestri litigarono proprio per la scuola, forse perché don Gilardi godeva di una situazione migliore potendo restare nel capoluogo a gestire la Compagnia del Suffragio, e nel marzo del 1653 don Zanazza rinunciò all’incarico di San Giovanni d’Andorno. La sua rinuncia fu dettata, con tutta probabilità, da serie ragioni di salute visto che il 6 aprile gli amministratori dichiararono che il suddetto era “venuto a morte” e che occorreva sostituirlo quanto prima. La scelta cadde su don Gilardi, alle medesime condizioni economiche e di servizio. Ma anche quest’ultimo non durò molto: alla fine del 1654 si doveva cercare un nuovo cappellano. Di certo, l’intenzione di ridurre la mercede non aiutò a risolvere il problema. Nel 1658 la questione era ancora aperta. Sicuramente don Gilardi era rimasto a disposizione, ma con non poche difficoltà. Lo attesta il fatto che tra lui e il parroco, don Giovanni Battista Furno[4], non era corso buon sangue, al punto che era dovuto intervenire un non meglio precisato conte di Ternengo, definito “autore del agiustamento” tra i due sacerdoti. Di mezzo c’era una riduzione dello stipendio, da 150 a 110 lire, senza contare le solite complicazioni dovute alla faticosa incombenza di officiare quassù. Il 19 marzo 1658 si giunse a un accomodamento definitivo, chiudendo il contenzioso a 130 lire annue. Don Gilardi, però, portava guai. All’inizio del 1659 gli fu impedito di confessare. Non è chiaro per quale ragione, ma alla fine di dicembre aveva ricevuto dal Vicario Generale di Milano[5] quella specifica inibizione, sotto pena di scomunica. In gennaio, tanto il priore don Furno quanto due amministratori della parrocchia si recarono a Biella presso tale avvocato Vercellone per capire come stavano le cose. In effetti, il responso del causidico confermò i timori dei valìt che si trovarono di punto in bianco senza cappellano confessore. Serviva un rincalzo. Fu chiamato don Giuseppe Bussetto, quasi sicuramente saglianese, che accettò di subentrare a don Gilardi a parità di trattamento. Fu quindi chiesto a don Gilardi e a suo padre di restituire le chiavi delle stanze che occupavano a San Giovanni d’Andorno.
Ovviamente si era ben lontani dall’aver risolto il problema, perché pochi giorni dopo l’entrata in servizio di don Bussetto, il cappellano della Compagnia del Suffragio si era allontanato dalla valle, lasciando don Furno privo di aiuto. Intanto, don Gilardi tardava a liberare le stanze delle sue “robbe” creando qualche incomodo a don Bussetto che doveva prendervi dimora. Chiaramente, la parrocchiale aveva la precedenza e don Bussetto fu giocoforza fatto ripiegare sul capoluogo.
Ma le contingenze di quel momento avevano messo in luce un disagio più profondo. Le sole messe festive non bastavano più e serviva una “copertura” continuativa per il culto nel santuario. Tant’è che don Furno e i suoi consiglieri decisero di proporre al nuovo cappellano, ammesso che se ne trovasse uno ben disposto, di officiare tutti i giorni, con uno stipendio annuale di 360 lire e una dotazione decente (utensili da cucina di “legno e terra”, nonché un materasso per il letto). C’era un candidato credibile: don Giovanni Angelo Ripa. Certo, necessitava che la cappellania fosse eretta canonicamente, e per questo fu inviata formale richiesta al vicario generale monsignor Piana, ma la strada da prendere era senz’altro quella. E così fu. Nel febbraio del 1660 don Ripa, che era anche un protonotaio apostolico, era ancora in servizio e dichiarava di voler continuare (pur con minime variazioni sulle modalità di servizio e con la concessione di una coperta…).
Malgrado ciò, però, le cose non andarono per il verso giusto. Don Ripa non fu riconfermato. Don Bussetto era stato richiamato, ma il 25 luglio 1660 si era presentata un’ulteriore opportunità: messer Giovanni Gilardi aveva dichiarato che suo figlio, don Antonio Gilardi (un omonimo del precedente, o nuovamente il vecchio don Gilardi liberato dal divieto?) era intenzionato ad assumere la cappellania di San Giovanni d’Andorno. A quel punto, don Bussetto avrebbe lasciato il santuario nelle mani del nuovo venuto andando ad abitare a Campiglia Cervo con don Furno, ma avrebbe continuato a officiare nella chiesa del santuario per concludere il suo anno di ingaggio. I due preti avrebbero celebrato insieme, con don Gilardi che avrebbe lasciato temporaneamente l’altare maggiore a don Bussetto, dicendo messa presso un altare laterale da determinarsi.
Superfluo dire che anche questa configurazione ebbe vita breve, brevissima. Don Gilardi, con tutta la sua motivazione, non resse che due mesi. A settembre, accanto a don Bussetti (la “o” finale era diventata una “i”) compare un certo don Giacomo Galliari che era in animo di prenderne il posto. Niente di fatto. Allora ecco spuntare ancora una volta don Antonio Gilardi: messa festiva a 130 lire l’anno. Il 10 ottobre 1660 la vicenda pare essersi conclusa positivamente.
In occasione della visita pastorale del 1661[6], il visitatore prese atto della presenza attiva del cappellano nella persona del citato don Gilardi. Il suo emolumento era stato, forse, leggermente ritoccato (140 lire). La relazione della visita pastorale è significativa soprattutto perché tramanda notizie remote sulla vita dell’officiante. Come fece don Lebole, anche noi riportiamo il testo latino per intero: “Non longe ab ecclesia est domus congruens pro habitatione capellani etiam ampla sed tamen nullus in ea habitat propter solitudinem et montis horrorem. Locus hic vere locus heremus et videretur colendus et quempiam capellanum cum obligatione residendi deputandum si sic Illustrissimo Domino videbitur”. Poche righe, ma assai dense. Traduciamo: non lontano dalla chiesa c’è la casa adibita ad abitazione del cappellano, abbastanza ampia, ma nessuno vi abita a causa della solitudine e della paura della montagna. Questo luogo è un vero eremo, e se sia da officiare, magari con un cappellano deputato con obbligo di residenza, spetterà al vescovo giudicarlo. Il paesaggio fisico e psicologico è tratteggiato efficacemente: attorno alla chiesetta (che aveva già la facciata attuale, ma volumetrie diverse e ben più contenute) non c’era nessuno e il cappellano doveva vivere isolato con il timore che la montagna suscitava, un posto da eremiti (don Furno prese queste parole come un invito ad approfondire il tema, come vedremo), e solo il vescovo poteva imporre la residenza obbligatoria forzando la mano a chi non aveva alcuna intenzione di risiedervi stabilmente.
Ma quella descrizione ci consegna anche la presenza dell’abitazione per il cappellano. Che non può corrispondere all’attuale rettoria, altrimenti il relatore non si sarebbe espresso con quel “non longe”. Avrebbe scritto “prope”, cioè “attigua”[7]. Non lontana sta per abbastanza vicina, non per “a pochi metri”. Abbiamo già notato che il cappellano si serviva di alcune stanze ricavate nella “casa della chiesa di Santo Giovanni Battista”[8], ma per individuarne l’ubicazione dobbiamo allontanarci un po’. Quando, nel 1608, gli uomini della valle si impegnarono a edificare uno stabile ad uso dei devoti pellegrini[9] che accorrevano per le più solenni celebrazioni, non lo innalzarono a ridosso della chiesa, ma discosto di qualche decina di metri, verso il fondo valle, in direzione di Rosazza. Per intenderci, dove da sempre è attivo il ristorante. Lì sorse il primo nucleo degli edifici che poi formarono il sistema di “palazzi” di cui è costituito il santuario. Verso la metà degli anni Settanta di quello stesso secolo comparve l’oste e l’osteria, nella stessa “casa” a due piani ove viveva il cappellano (tanto che gli amministratori dovettero intervenire per demarcare le rispettive pertinenze). Quindici anni dopo la visita pastorale che aveva registrato cotanto isolamento la situazione sarebbe cambiata radicalmente. In primis perché, nel 1669[10] (forse prima), don Furno aveva permesso che un eremita dimorasse quassù[11], in secundis perché l’osteria gestita non da un solo uomo, ma da una famiglia e da almeno una serva, rendeva assai meno solitaria e spaventosa la vita in santuario[12].
Riprendiamo il filo. Nel 1663 don Antonio Gilardi era ancora in carica. Ma il suo tempo stava scadendo, o così sembrava. Il 20 maggio 1663 fu verbalizzato nella seduta dell’amministrazione parrocchiale che il cappellano l’aveva fatta davvero grossa. All’invito del priore don Furno di proseguire con il suo incarico, don Gilardi aveva “di bel fresco passati i termini del ragionevole et haverli perso ogni rispetto etiamdio in casa propria con dirli del ingrato con dirli che con le sue mani gli voleva piglar il sangue con dirli che mai vi sarebbe pace ben che o l’un o l’altro morisse con altre parolle impertinenti”. Il cappellano aveva perso il senno! Inoltre, era noto che andava vantandosi di essere diventato il curato di Piedicavallo e, inventando altre simili fole, “va creando un danno grande della Chiesa della valle come ognuno si può giudicare”. Occorreva destituirlo, ma gli amministratori, sorprendentemente, non si schierano subito e compatti dalla parte di don Furno (anche perché don Gilardi non aveva mai mancato alle sue consegne e, in ogni caso, trovare un altro cappellano non era affatto semplice…). In effetti, di quella lite non c’erano testimoni e, per il resto, bisognava andare a fondo della questione. Naturalmente, se si fosse rivelata veritiera la versione del parroco, don Gilardi sarebbe stato licenziato in tronco, ma sul momento si optò per rimettere ogni decisione alla Curia episcopale vercellese. La testimonianza di don Gilardi, ovviamente, discordava in tutto e per tutto da quella di don Furno. La causa che ne scaturì portò all’allontanamento del cappellano. Nella visita pastorale del 1664[13] al suo posto si trovava un tal don Burzano di Chiavazza.
Don Giovanni Antonio Burzano percepiva 200 lire l’anno di stipendio per le celebrazioni festive. Quella somma era frutto delle sole elemosine, il che significa che non poco era il concorso di fedeli e che tutti tenevano al mantenimento della cappellania e dei “sartatecta”[14], come a dire gli stabili. L’aumento dell’emolumento si può spiegare così: un’offerta economica troppo bassa avrebbe attratto solo sacerdoti di basso livello, mentre preti più validi avrebbero risposto a un invito più… invitante. Leggi di mercato, e i mercanti dovrebbero star fuori dal tempio, ma pur sempre di uomini si tratta. Senza contare che quella doveva essere davvero una vitaccia, quindi anche un cappellano doveva “farsi due conti” per evitare di investire se stesso in un’impresa poco remunerativa. Il mondo non avrebbe di certo avuto compassione per il solo fatto di aver servito a San Giovanni d’Andorno, quindi bisognava confidare nella Provvidenza, ma agire con previdenza.
Le offerte annuali superavano le effettive necessità del cappellano e della struttura, così il parroco/priore di Campiglia Cervo incamerava il resto a beneficio della parrocchia, ma gli offerenti erano piuttosto scontenti di tale abitudine. I soldi donati erano per San Giovanni, non per San Bernardo e San Giuseppe.
Sul finire del 1667, passato da questa a miglior vita tale Pietro Gaya che aveva legato una messa quotidiana in suo suffragio proprio nella chiesa di San Giovanni d’Andorno, si pose l’incombenza di soddisfare quell’ultima volontà. Nei primi mesi del 1668 comparve un certo don Raynero Bruna di Miagliano che sosteneva di aver onere e onore di quel carico. Questo in aggiunta all’allora cappellano don Burzano. A quanto pare, il legato (per quanto la vedova usufruttuaria fosse rimasta in vita percependo parte dell’eredità del defunto marito) aveva dato una svolta decisiva verso la celebrazione di tutti i giorni. E con il cappellano “standard” il servizio poteva dirsi completo. Purtroppo, il teologo don Burzano dovette cedere alle lusinghe di una parrocchia tutta sua. Nel febbraio del 1669 accettò la cura delle anime di Selve Marcone e lasciò San Giovanni d’Andorno. Don Furno si vide costretto, in attesa di trovare un altro cappellano, a imporre ai due preti addetti alla Compagnia del Suffragio una turnazione efficace per assicurare la messa festiva al santuario. Don Pietro Antonio Mazzucchetti e don Giovanni Antonio Rosazza accettarono. Obtorto collo o con gioia, non è dato a sapersi…
Negli anni seguenti la messa quotidiana assunse i caratteri del grattacapo. Nella primavera del 1674 don Bruna si licenziò. Due furono le proposte di sostituzione. Il solito don Antonio Gilardi, “redivivo”, e don Pietro Antonio Mazzucchetti, ma le regole d’ingaggio non dovevano essere così allettanti, tanto che entrambe le candidature parevano a rischio. Alla fine, nell’autunno, don Gilardi iniziò a officiare tutti i giorni a San Giovanni d’Andorno. Quanto durò? Pochissimo…
Il 23 gennaio 1675 si era in trattativa con un altro prete, don Giovanni Matteo Perotti di Bioglio. Quest’ultimo accettò l’incarico per 350 lire annue, più “il butiro da burare”, gli utensili da cucina e la legna da ardere necessaria per non morire assiderato durante l’inverno. Una messa al giorno e tutte le confessioni per le quali fosse stato chiamato. Non arrivò a maggio.
Il 1° maggio 1675 don Giorgio Greggio di Miagliano sottoscrisse un contratto triennale. Senza burro e per sole 330 lire. Quando si incantò l’osteria e i ministri dovettero vietare all’oste di occupare le stanze al secondo piano, così come di non invadere quelle del cappellano al primo piano, ma di limitarsi a quelle del pian terreno, c’era don Greggio. Don Greggio che restò al suo posto fino alla scadenza del contratto e che lo rinnovò per altri tre anni, malgrado gli amministratori gli dovessero ancora un bel po’ di denari su quello scaduto. Dal 1678 al 1681 niente da rilevare.
Il 25 marzo 1681 don Giovanni Antonio Rosazza, il cappellano della messa festiva, si dichiarò indisposto e non più in grado di continuare il suo servizio. Altro turn over: don Giovanni Battista Gilardi, in forza alla Compagnia del Suffragio, avrebbe preso il posto di don Rosazza, mentre il già noto Pietro Antonio Mazzucchetti, forse “in aspettativa”, sarebbe tornato in servizio in sostituzione di don Gilardi. Ma era una situazione transitoria, anche perché don Greggio non aveva firmato per un altro triennio[15]. Il 4 luglio seguente, invece di un prete se ne assunsero due per la funzione quotidiana. Don Andrea Ferro di Tollegno e don Giacomo Galliari di Andorno presero servizio insieme. Per loro fu stilata una specifica “capitulatione”. Come il loro predecessore addetto alla celebrazione di ogni giorno avrebbero dovuto risiedere in santuario. Messa e confessione. Tenere in ordine la chiesa, registrare le offerte. Il tutto a 300 lire annue ciascuno. Più legna da ardere. Fu quella l’occasione per mettere un po’ d’ordine alle abitudini invalse. Tanto per cominciare, il cappellano dei giorni festivi, don Giovanni Battista Gilardi, che era abituato a celebrare a Campiglia Cervo anche di domenica (e si premurava di salire al santuario solo per la “Natività” di San Giovanni Battista), da allora in poi avrebbe svolto il suo compito secondo un nuovo contratto, un po’ più vantaggioso per la contabilità della parrocchia. Senza contare che una parte dello stipendio dei due cappellani “quotidiani” del santuario sarebbe diventata un onere per la Compagnia di Sant’Antonio Abate.
Nel 1683 i due cappellani don Ferro e don Galliari avevano deciso di spartirsi la legna per alimentare due distinti focolari. Gli amministratori si opposero a tale arbitrio, forse per evitare di duplicare il rischio di incendio. La primavera di quell’anno (che aveva visto concludersi i grandi lavori del “palazzo” finanziato dal marchese San Martino Parella) aveva lasciato il santuario senza eremita e tale assenza aveva avuto ripercussioni pratiche anche sulla quotidianità dei cappellani residenti. Il romito era incaricato di caricare e di manutenere il “rologio” quindi, in attesa di un degno sostituto sarebbe toccato a don Ferro e a don Galliari occuparsi dell’orologio e anche di suonare l’Ave Maria.
Poco prima di Natale del 1683, don Ferro se ne andò. Don Galliari non poteva far fronte all’enorme mole di lavoro delle festività incombenti. Bella grana! Subito si cercò un sostituto. Era disponibile un certo don Carlo Francesco Zerbino, ma non è chiaro se fu effettivamente assunto. Indipendentemente dalla defezione di don Ferro e della sua sostituzione, lo stato delle cose suggeriva di aumentare il novero dei religiosi per “montiplicare [sic] la devotione”. In verità, la devozione era già “montiplicata” e un terzo cappellano era quanto meno opportuno per rispondere al meglio alla crescente notorietà del santuario e al conseguente afflusso di pellegrini che, in certe occasioni, poteva rivelarsi difficile da governare.
Il 25 marzo 1684, stabilito di consegnare più legna per il fuoco ai due cappellani, si riuscì a trovare anche il terzo. Anzi, due sacerdoti a mezzo servizio. San Giovanni d’Andorno aveva senza dubbio un potere particolare. Chi se ne andava non se ne andava mai davvero, tant’è che i due mezzi cappellani erano due vecchie conoscenze del santuario, ossia don Raynero Bruna e don Giorgio Greggio, entrambi miaglianesi. Al primo fu somministrata carne salata e salame… Nell’ottobre del 1685 don Bruna e don Greggio erano in scadenza di contratto, ma furono convinti “a compatire le presenti calamità” e perciò a restare. Di quali calamità si trattasse non è chiaro, ma è possibile che il riferimento fosse alla sanguinosa guerra in atto contro i valdesi, per quanto il teatro delle operazioni fosse lontano dal Biellese.
Quando, nella primavera del 1686, don Bruna si rese defunto fu nuova emergenza. Per fortuna il rimpiazzo non tardò a palesarsi. Don Cesare Antonio Bays di Candelo, esperto confessore, fu ingaggiato immediatamente. Ma non sarebbe comunque bastato. C’era troppa gente, e tutta così devota e bisognosa di assistenza spirituale, specialmente per la confessione, che era impensabile non provvedere. Il pericolo era di perdere la presa, di dissipare un capitale di fede e di attaccamento generatosi in quel mezzo secolo, tra mille incidenti e difficoltà di ogni tipo. Don Furno ne era assolutamente cosciente e sapeva bene che il “suo” santuario aveva acquisito una notorietà e un prestigio che solo dei folli avrebbero dilapidato.
Servivano più preti. Forse la “pressione” protestante giocava un qualche ruolo in quel potente fervore devozionale. O forse era il Precursore a suscitare da solo quell’affetto ormai senza confini. In ogni caso si doveva intervenire tempestivamente e non solo per arginare la piena, ma per irreggimentarne il corso a maggior gloria di San Giovanni Battista della Valle d’Andorno.
A questo proposito è interessante ascoltare la voce di don Giovanni Battista Gilardi che, il 28 luglio 1686, fece verbalizzare una sua dichiarazione in merito alla situazione nel santuario. Il cappellano delle festività sosteneva non poter più sopportare “le grandi fatiche che capitano massime per li infermi in aministrarli i santi sacramenti et essere necesita darli persona che lo agiutti et non potendo da lui solo sostenere tal carigho oltre l’assistenza al confesionale”. Gli amministratori erano informati del fatto che “il popolo resta pocho sodisfatto si per la assistenza nel confesionale come per la resistenza e pocha prontezza in agiutare alli aministratione delli santi sacramenti alli infermi” e una delle cause stava nella età avanzata di don Mazzucchetti, che andava messo a riposo. In questo caso il discorso si invertiva: i cappellani di San Giovanni d’Andorno dovevano venire in aiuto di quelli della parrocchia.
Nel 1688 i cappellani in forza al santuario erano già quattro, incluso don Giovanni Battista Cantono di Andorno (che nel 1695 sarà promosso a “penitenziere” e nel 1702 a “rettore” del santuario) e si pensava di aggiungerne un altro. L’importante era che affrontassero al meglio la confessione dei tanti fedeli che raggiungevano San Giovanni d’Andorno. In effetti, non tutto andava per il verso giusto. Don Bays dava ragione di preoccupazione per i suoi comportamenti al limite dello scandalo ed era il caso che si allontanasse. Cosa che era intenzionato a fare, ma con tutti gli onori, don Galliari. Ma il 25 marzo 1690 era ancora lì, e si lamentava per la sua età matura e per la fatica del servizio che voleva lasciare. Era arrivato il momento e gli amministratori lo congedarono degnamente, ma pur sempre con la pressante necessità di trovare sostituto. L’anno seguente fu don Zerbino, che era anche un avvocato, a chiedere di cessare la sua “servitù”, ma il ritiro gli fu impedito. Non poteva abbandonare il confessionale fintantoché non si fosse trovato un sostituto.
Quando, nel 1694, morì don Giovanni Battista Gilardi si presentò la stessa difficoltà. L’anno successivo i cappellani ottennero un aumento di stipendio di 40 lire, in modo che dalle 310 di partenza si arrivò a 350 annue, “compreso il boscho”. Il posto da cappellano di San Giovanni d’Andorno diventava ambito? Forse non così tanto, ma c’era senz’altro di peggio e quando si liberava un posto qualcuno si presentava di certo per occuparlo.
Così fece don Melchiorre Comotto il 16 marzo 1696, visto che il santuario si ritrovava, ancora una volta, a corto di personale celebrante. Così fece don Pietro Antonio Furno (forse un parente del priore?) il 29 marzo 1697, quando a San Giovanni d’Andorno i “relligiosi” erano rimasti soltanto due.
A quell’epoca, il santuario aveva già raggiunto il livello di importanza notevole. Nella visita pastorale del 1692 fu descritto con enfasi elogiativa. Don Furno aveva fatto un lavoro grandioso e nei dieci anni successivi avrebbe perfezionato l’opera. Nel Settecento ci furono ancora problemi con i cappellani? È una domanda in attesa di risposta. Per il momento può bastare. Può bastare per comprendere che il Barocco nell’Alta Valle Cervo è stato un periodo convulso, splendido e drammatico, di ardente devozione e di umanissime miserie. In tutto questo, fu dura la vita dei cappellani di San Giovanni d’Andorno. Ma ognuno di loro ha lasciato un segno nella storia della Bürsch.
NOTE
[1] Citata ampiamente da don Delmo Lebole nella sua imprescindibile La Chiesa biellese nella storia e nell’arte del 1962 e nel volumetto da essa estratto, Il santuario di S. Giovanni d’Andorno, pubblicato dal Centro Studi Biellesi nel 1978, nonché dal quinto volume della Storia della Chiesa biellese, edito nel 1985).
[2] Il santuario di San Giovanni d’Andorno rimase una pertinenza diretta della Parrocchia dei SS. Bernardo e Giuseppe di Campiglia Cervo fino al 1846, quando fu eretto in opera laicale nel 1846 e in parrocchia autonoma nel 1877.
[3] Sarebbe interessante proporre una tabella di equivalenze valutarie per stabile se, come è probabile, lo stipendio sia aumentato nel tempo.
[4] Don Furno era nativo di Lenta. Arrivato nel 1654, fin da subito aveva impresso un certo vigore nell’amministrazione della grande parrocchia valligiana che, allora, comprendeva ancora tutta la Bürsch. Si tratta dell’autore della Historia redatta per incarico del vescovo di Vercelli (allora la Diocesi di Biella non esisteva ancora), Monsignor Vittorio Agostino Ripa, pubblicata nel 1702, e a lui si deve l’impulso che portò alla realizzazione del Sacro Monte e, in generale, alla definizione dello sviluppo del santuario fino alle sue forme attuali. Morì il 19 ottobre 1706, circa ottantenne, e fu sepolto nel cimitero della sua chiesa o, forse, nella chiesa stessa.
[5] La sede vescovile vercellese era vacante dal 1648, quindi la superiore autorità giurisdizionale era quella meneghina.
[6] Pure citata da don Lebole nelle opere già richiamate.
[7] Probabilmente il cappellano, che in quel periodo non viveva stabilmente presso il santuario, utilizzava all’occorrenza lo stabile dell’osteria come abitazione estemporanea.
[8] Ordinato dell’amministrazione parrocchiale del 25 marzo 1652 (Registro dei verbali delle riunioni della Congregazione Amministratrice della chiesa parrocchiale di Campiglia Cervo 1641-1704)
[9] Capitolazione dell’11 maggio 1608, conservata presso l’Archivio Parrocchiale di Campiglia Cervo.
[10] Altra visita pastorale, come sopra.
[11] L’eremita, stando alla relazione della visita pastorale del 1692, occupava un paio di celle ricavate dietro la chiesa.
[12] La vita collegiale del santuario si basava anche su un sistema economico e logistica definito “communella”, che garantiva una più efficace modalità gestionale delle risorse. Una specie di “cassa comune” dei sacerdoti officianti che si concretizzava, per esempio, nella condivisione della stessa serva.
[13] Altra visita pastorale, come sopra.
[14] Il termine (sintagma “sarta tecta” o “sarta tectaque”) è senz’altro poco frequente e rivela dimestichezza con la terminologia classica di ambito giuridico.
[15] Fu definitivamente liquidato in data 31 agosto 1681 con amichevole composizione rispetto ad arretrati da corrispondergli.