La biblioteca "perduta" di Campiglia Cervo [prima parte]

Tipologia Documento
Data cronica
2016-2017
La biblioteca "perduta" di Campiglia Cervo [prima parte]
La biblioteca "perduta" di Campiglia Cervo [prima parte]

Contenuto

di Danilo Craveia
Comunità Parrocchiale dei Ss. Bernardo e Giuseppe, Bollettino parrocchiale di Campiglia Cervo, 2016-2017


Come accade in molti archivi e in molte biblioteche che conservano documenti e volumi antichi, anche nell'Archivio Storico della Parrocchia di Campiglia Cervo si trovano non pochi libri e registri ricoperti da vetuste pergamene. Nella maggior parte dei casi sono semplici lembi di pelle di capra o di pecora ingiallite dal tempo e prive di interesse, banali copertine. Ma alcune di quelle membrane sono piccoli gioielli. A volte si tratta di carte (lunghi atti notarili, estese scritture provenienti dalla Cancelleria Pontificia ecc.), altre volte di grandi antifonari e di codici le cui ampie pagine sciolte, ormai senza valore, erano riusate per proteggere ciò che, invece, aveva valore. Il vecchio tornava utile per salvaguardare il nuovo. Spesso quelle singole pergamene possono risultare più importanti dei libri o dei registri che avvolgono, e chi li osserva di primo acchito non si spiega la ragione di un tale vile impiego, come se fosse una manifestazione di disinteresse e di insensibilità nei confronti di tanto venerandi manoscritti. Ma è solo una questione di prospettiva. Ogni epoca ha avuto un rapporto sui generis con il passato (basta pensare a come, nelle chiese, si siano stesi strati di scialbo su bellissimi affreschi solo perché erano "superati", perché non corrispondevano più al senso estetico corrente) e, comunque, anche noi oggi non ci facciamo mancare nulla da questo punto di vista, con il nostro antiquariato avventuroso e con reinterpretazioni di dubbio gusto.
Veniamo a Campiglia Cervo. L'attività di riordino dell'archivio, che ormai volge al termine, mi ha dato modo di sperimentare interessanti distrazioni dal lavoro strettamente archivistico e, proprio da quelle proficue divagazioni momentanee, è nata la curiosità di capire e il desiderio di spiegare da dove provengono le pergamene di riuso più significative. Il numero complessivo è superiore, ma per cominciare a dare un'idea dell'argomento gli esempi che seguono sono più che esaurienti e suggestivi.
In altre parole, ho cercato di risalire a quali opere appartenessero, da quali codici fossero stati ricavati quei fogli divenuti involucri, quei preziosi contenuti trasformati in ormai consunti e quasi illeggibili contenitori. Svelati i rispettivi "segreti" circa l'origine di quelle pagine, si sono presentati altri interrogativi, ma a questi ultimi proverò a offrire qualche risposta alla fine di questo contributo.
Prima di iniziare, ancora un paio di precisazioni di merito e di metodo. Tutti i frammenti manoscritti si presentano in lingua latina. La modalità di scrittura è più o meno tipicamente gotica libraria. L'esame paleografico e strutturale indica un range cronologico compreso tra la seconda metà del XIV e la fine del XV secolo (cioè anche mezzo secolo dopo l'invenzione della stampa). Infine, è utile sapere che la copertina come la intendiamo noi oggi è composta da due elementi detti "piatti" e dal dorso che li unisce e protegge la legatura. I due "piatti" sono quello anteriore (la prima "facciata" di un libro) e quello posteriore dove da qualche anno di solito si trova un codice a barre e il prezzo (che si chiama "quarta di copertina"). Per comodità qui di seguono chiamerò i due "lati" del libro piatto anteriore e piatto posteriore per indicare da quale parte si sta osservando il volume e ciò che lo ricopre.
Per ragioni di uniformità tipologica possiamo iniziare dai tre frammenti di antifonari che ricoprono, nell'ordine, il "Liber baptizatorum 1806-1837" (cioè il registro dei battesimi per quel periodo), il "Liber matrimoniorum 1806-1837" (cioè il registro dei matrimoni per quel periodo) e il "Liber mortuorum 1806-1837" (cioè il registro dei decessi per quel periodo). Gli estremi cronologici così uniformi combaciano quasi perfettamente con il possesso parrocchiale di don Giacinto Azario, ma includono anche l'ultimo anno di attività di don Barnaba Tempia (la cui lapide sepolcrale si trova presso l'angolo meridionale della facciata della chiesa) e il primo anno del successore di don Azario, ovvero don Domenico Cerruti. L'uniformità dei tempi suggerisce fin da subito la possibilità di un "trattamento comune". In effetti le tre pergamene sono molto simili, sia dal punto di vista del supporto (pelle) sia per quanto riguarda lo stile e la tecnica scrittoria. Per farla breve è del tutto plausibile che provengano dallo stesso volume, ossia dallo stesso antifonario tre-quattocentesco. Oppure da una raccolta vergata dalla stessa mano. Le tre piccole porzioni testuali riconoscibili sui tre libri non appartengono infatti allo stesso antifonario originale. Quelle frasi dovevano essere cantate durante le funzioni religiose e che, proprio per questo, si accompagnano al tetragramma con la tipica notazione quadrata neumatica (il pentragramma con le note come le conosciamo oggi è un'invenzione della metà del XIV). Ma ciò non esclude, anzi questa è l'ipotesi più accreditata, che i tre componimenti musicali fossero inseriti nello stesso codice, come in una sorta di "canzoniere". In ogni caso il registro dei battesimi riporta un passaggio delle Sacre Scritture, in particolare dal Libro dei Salmi 89,13 e 89,14 (versione C.E.I.). Sulla pergamena si legge: "Gloria. Thabor et Hermon in nomine tuo exul[tabunt tuum brachi]um cum potentia. Misericordias Tuas", cioè: "Il Tabor e l'Ermon trionfano nel Tuo nome. Tu hai un braccio potente...". Nelle "Horae Diurnae" del Breviario Romano pubblicato dopo il Concilio di Trento si trova lo stesso passaggio per la "Festa Augusti", cioè quella della Trasfigurazione di Nostro Signore celebrata il 6 del mese di agosto (per le funzioni notturne).
Sul registro dei matrimoni si trova, invece, un riferimento al martirio di San Lorenzo: "Beatus Laurentius, dum in craticula supra positus [ureretur, ad impiissi]mum tyrannum dixit: Assatum est jam versa [et manduca]". San Lorenzo quando fu posto sulla graticola per essere bruciato si rivolse allo spregevole tiranno che lo stava giustiziando per conto dell'Imperatore e gli disse: "Questa parte è già cotta, puoi girarmi per terminare la cottura e poi mangiarmi". Il passo è assai celebre e si trova in tutti i martirologi e nei "Suffragia Sanctorum" fin dall'Alto Medioevo per essere letto e/o cantato in occasione della festa di San Lorenzo che ricorre il 10 agosto. Da segnalare la notazione "tecnica" inerente la celebrazione speciale del martire vergata accanto alla "B" ornata della parola "Beatus". Con molto beneficio d'inventario (bisognerebbe essere esperti del settore), si potrebbe trascriverla e tradurla così: "In festo Sancti Laurentii ad vesperum super psalmos. Antiphonae. «Laurentius bonum opus» Respondetur «Beatus Laurentius exempla» IIII ad orationem. Antiphona".
Il piatto anteriore del "Liber mortuorum" è impreziosito da un foglio di antifonario che propone parte della Seconda Lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo. Il primo brano, dove San Paolo tratta della Grazia di Dio, rivelata attraverso la manifestazione di Gesù Cristo "[qui destruxit] mortem illuminavit autem vitam et incorruptionem per [Evangelium], ossia ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo. Forse la scelta di questa pagina non fu casuale per un registro dei defunti. Il piatto posteriore è coperto da un'altra epistola di San Paolo. In questo caso si tratta della Seconda ai Corinzi. Il Salvatore è ancora una volta assimilato alla luce, perché Dio Padre disse "de tenebris lumen splendescere illuxit" (un'altra versione simile ma non identica recita "de tenebris lucem splendescere, ipse illuxit [in cordibus nostris]", ma non è rilevante). La traduzione è pressoché superflua: rifulga la luce dalle tenebre, e infatti rifulse nei nostri cuori.
In senso cronologico il registro più antico conservato nella Parrocchia dei Santi Bernardo e Giuseppe di Campiglia Cervo è il libro dei battesimi e dei matrimoni (si tratta di un unico volume) relativo al periodo 1575-1586. Si presenta con entrambi i piatti pressoché illeggibili. Fortunatamente la coperta è formata tutta dallo stesso supporto membranaceo e quindi è possibile risalire al testo originale grazie a una fortunata circostanza: le piccole pliche verso l'interno della pergamena sui cartoncini della coperta sono conservate abbastanza bene. Esplorando quelle ripiegature ho potuto rilevare che si tratta di un'opera non identificata esattamente, ma pressoché corrispondente a una delle tante disquisizioni sul "Corpus Iuris Civilis", cioè la riorganizzazione legislativa realizzata dall'Imperatore Giustiniano tra il 529 e il 534. Proprio su uno dei risvolti (quello del piatto anteriore) si intuiscono alcuni riferimenti al Comma 43° dell'Articolo III della Sezione III del Titolo III del XXIII Libro della 4a Parte della Serie dei Digesti ossia Pandette di Giustiniano: "Quod ius nascatur ex traditione dotis causa facta". Il commentatore si è occupato qui del diritto ossia della giurisprudenza che gli estensori del "Corpus Iuris Civilis" avevano inteso segnalare come importante per le cause vertite circa la consegna della dote nuziale. L'attribuzione a questo specifico passaggio resta discutibile perché gli "appigli" nel manoscritto sono davvero minimi, ma detta attribuzione è in qualche misura confermata da quanto si trova sulla plica del piatto posteriore ove si riescono a leggere più sicuri rimandi a un argomento collegato, cioè i rapporti tra marito e moglie in caso di donazioni di beni tra coniugi. Nello specifico si può riconoscere il passaggio manoscritto nell'incipit del Comma 3° dell'Articolo II della Sezione II del Titolo I del XXIV Libro della 4a Parte della Serie dei Digesti ossia Pandette di Giustiniano: "De Donationibus inter coniuges, ex quibus vel is qui donat non fit pauperior, vel Donatarius non fit locupletior". Come a dire che l'atto del donare tra marito e moglie non doveva rendere il donatore più povero e il destinatario più ricco.
Le coperture dei volumi non sempre sono realizzate con un unico "pezzo" di pelle. Al contrario, spesso, si tratta di veri e propri patchwork di ritagli diversi, incollati o cuciti insieme per integrarsi e rinforzarsi a vicenda, per non sprecare nulla in tempi in cui anche la pergamena di riciclo poteva avere un costo rilevante. A questo proposito è opportuno mettere in evidenza che la copertina del suddetto volume è formata da un ulteriore lembo di pergamena cucito in corrispondenza del dorso. Anche in questo caso si tratta di un testo giuridico, anche in questo caso riconducibile alla letteratura di genere dei commentari del "Corpus" giustinianeo e anche in questo caso si tratta di doti, probabilmente nelle situazioni in cui il matrimonio era da considerarsi "soluto", ovvero sciolto. Spiccano le parole morto, dote, colpa, appellante e "pasciscente", ossia paciscente, un insolito termine da legulei che significa colui o colei che raggiunge un accordo, un patto, nella fattispecie per dirimere una controversia legata al destino del "tesoretto" portato dalla moglie.
E nello stesso volume si trova conservato anche un altro pezzo di pergamena (anche se non è certo che la sua collocazione originaria fosse effettivamente quella). Contrariamente ai precedenti supporti membranacei, questo lacerto si presenta assai più leggibile e più precisamente riconoscibile. E' la liturgia del sabato di Pentecoste, la vigilia del cinquantesimo giorno dopo la Pasqua. La prima parola che si scorge in alto è "nulle" e si trova in una "lectio" di Isaia, ossia del cantico "Apprehendent septem mulieres". Poi compare una "lectio" del profeta Geremia, ossia del cantico "Audi Israel mandata vitae" e infine una versione del salmo XLI: "Sicut cervus" preceduta da un riferimento a Ezechiele (37,1): "Facta est super me manus Domini".
Il libro dei battesimi per il periodo 1614-1635 è stato ricoperto da una pagina degli Atti degli Apostoli e, in particolare (sul piatto anteriore), un passo piuttosto lungo del 19° capitolo, quello in cui "Factum est autem, cum Apollo esset Corinthi, ut Paulus, peragratis superioribus partibus, veniret Ephesum et inveniret quosdam discipulos; dixitque ad eos: «Si Spiritum Sanctum accepistis credentes?». At illi ad eum: «Sed neque, si Spiritus Sanctus est, audivimus». Ille vero ait: «In quo ergo baptizati estis?». Qui dixerunt: «In Ioannis baptismate». Dixit autem Paulus: «Ioannes baptizavit baptisma paenitentiae, populo dicens in eum, qui venturus esset post ipsum ut crederent, hoc est in Iesum». His auditis, baptizati sunt in nomine Domini Iesu; et cum imposuisset illis manus Paulus, venit Spiritus Sanctus super eos, et loquebantur linguis et prophetabant. Erant autem omnes viri fere duodecim". Cioè, "Mentre Apollo era a Corinto, Paolo, attraversate le regioni dell'altopiano, giunse a Efeso. Qui trovò alcuni discepoli e disse loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?». Gli risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo». Ed egli disse: «Quale battesimo avete ricevuto?». «Il battesimo di Giovanni», risposero. Disse allora Paolo: «Giovanni ha amministrato un battesimo di penitenza, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù». Dopo aver udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù e, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, scese su di loro lo Spirito Santo e parlavano in lingue e profetavano. Erano in tutto circa dodici uomini". Le prime quattro righe visibili sono illeggibili, ma potrebbero appartenere alla fine del capitolo 18°, così come appare ormai compromessa la colonna destra che dovrebbe contenere il seguito del capitolo decimonono.
Sul piatto posteriore, ormai piuttosto sbiadito, si nota che la pergamena utilizzata non è la stessa impiegata sul piatto anteriore. Si riconosce nel testo, tutto concentrato nella colonna di sinistra, la traccia della liturgia della Domenica in Albis. Nella parte alta si legge il Vangelo di Giovanni (fine del XX capitolo): "beati, qui non viderunt, et crediderunt. Multa quidem et alia signa fecit Iesus in conspectu discipulorum suorum, quae non sunt scripta in libro hoc. Haec autem scripta sunt, ut credatis, quia Iesus est Christus Filius Dei: et ut credentes, vitam habeatis in nomine eius". La traduzione letterale è superflua, il passo è uno dei più significativi delle Scritture: beati coloro che crederanno anche senza vedere, e chi crederà che Gesù Cristo è il Figlio di Dio avrà vita nel Suo Nome. Segue l'offertorio "Angelus Domini descendit de caelo, et dixit mulieribus: Quem quaeritis, surrexit, sicut dixit, alleluia", in cui l'Angelo di Dio annuncia la Resurrezione del Cristo alle donne. Poi la "Secreta" di offerta e ringraziamento da recitare a bassa voce: "Suscipe munera, Domine, quaesumus, exsultantis Ecclesiae: et, cui causam tanti gaudii praestitisti, perpetuae fructum concede laetitiae" e, al momento della Comunione: "Mitte manum tuam, et cognosce loca clavorum, alleluia: et noli esse incredulus, sed fidelis, alleluia", cioé “Accosta la tua mano, tocca le cicatrici dei chiodi e non essere incredulo, ma credente”. Dopo l'Eucaristia: "Quaesumus, Domine Deus noster: ut sacrosancta mysteria, quae pro reparationis nostrae munimine contulisti: et praesens nobis remedium esse facias, et futurum". I "misteri sacrosanti" sono quelli della Fede concretati nella Comunione, voluti da Dio per la Salvezza degli uomini nel presente e nel futuro. L'ultima riga, in colore rosso, rimanda già alle celebrazioni della seconda domenica dopo la Pasqua.

 

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