La biblioteca "perduta" di Campiglia Cervo [seconda parte]

Tipologia Documento
Data cronica
2017-2018
La biblioteca "perduta" di Campiglia Cervo [seconda parte]
La biblioteca "perduta" di Campiglia Cervo [seconda parte]

Contenuto

di Danilo Craveia
Comunità Parrocchiale dei Ss. Bernardo e Giuseppe, Bollettino parrocchiale di Campiglia Cervo, 2017-2018


Il secondo registro dei matrimoni (1614-1766) è ricoperto dal Libro di Isaia. Sul piatto superiore i capitoli 27 (fine della "Apocalisse maggiore") e 28 ("Oracoli"). Alla metà della colonna più in alto, appena sopra le macchie circolari (bicchieri di vino che hanno lasciato tracce secolari?) ecco il versetto 11: "In siccitate messis illius conterentur; mulieres venient et comburent eas. Ipse enim non est populus sapiens, propterea non miserebitur eius, qui fecit eum, et, qui formavit eum, non parcet ei". Dopo le parole del profeta sulla vigna del Signore si legge della grazia e del castigo di Giacobbe, cioè di Israele, prima della sua resurrezione in Gerusalemme. La vigna sarà lasciata incolta e "i suoi rami seccandosi si spezzeranno; le donne verranno ad accendervi il fuoco. Certo, si tratta di un popolo privo di intelligenza; per questo non ne avrà pietà chi lo ha creato, né chi lo ha fatto ne avrà compassione". Sul piatto posteriore il capitolo 28 prosegue con Isaia che si scaglia contro gli ubriachi di Efraim e, al fondo della colonna di destra, inizia il 29 con quel "Vae Ariel, Ariel civitas, quam expugnavit David. Additus est annus ad [annum]" secondo la versione girolamina. "Guai ad Arièl, ad Arièl, città che Davide ha espugnato. Anno è stato aggiunto ad anno...": tanto tempo era trascorso, ma Gerusalemme per Isaia sarebbe stata come Ariel per re Davide, cioè una città da assediare e conquistare.
Il primo dei registri dei defunti (1614-1643), che è indicato come "Liber 2°" perché ne esisteva uno precedente (che però non si trova più tra le carte dell'Archivio Parrocchiale di Campiglia Cervo), "indossa" una copertura membranacea di tutto rispetto che contiene una discreta porzione del "De Universo" (o "De Universo Creaturarum"), scritto da Guglielmo d'Alvernia (1180-1249) vescovo di Parigi dal 1228, confessore e consigliere di San Luigi IX, re di Francia. Si tratta, come per tutta l'opera dell'erudito francese, di una rilettura dei testi aristotelici nelle loro traduzioni arabe per suffragare la dottrina di Sant'Agostino. Il piatto anteriore conduce il lettore al Purgatorio attraverso la lunga dissertazione che l'autore dedica al fuoco purificante cui le anime sono soggette. Naturalmente gli "ospiti" del Purgatorio non sono tutti uguali e il vescovo di Parigi elenca le varie tipologie e le altrettanto varie metodiche e tempistiche di cura. Anche sul risvolto interno si procede nell'analisi delle diverse situazioni delle anime purganti. Anzi, la parte ripiegata precedeva nell'impaginazione originale quella esposta occupandosi de "Alia stabilitio loci, in quo purgantur animae defunctorum, et de causis, et modis purgationis" (capitolo LXI).
Il piatto posteriore riporta l'ultima parte del primo capitolo del "De Universo" (che a quanto pare non ha una traduzione in volgare). Sarebbe troppo lungo riportare qui l'intero passaggio ma, anche in questo caso, la scelta per un libro dei morti sembra non casuale. Il tema è l'Inferno e l'eterna punizione assegnata ai dannati, le anime dei quali ardono tormentate, ma non bruciano, né si consumano. E sono interessanti i riferimenti alle descrizioni degli inferi che facevano i poeti (le stesse cui attingerà Dante un secolo dopo), nonché alle convinzioni degli ebrei e dei musulmani circa i luoghi ultraterreni destinati ad accogliere i peccatori. L'Averniate contestava soltanto che l'acqua, laggiù, non poteva gelare visto tutto il fuoco che rendeva incandescente il "clima" infernale. Che anche un'opera di così ampia cosmogonia e di così alta teologia abbia subito il destino del riuso non stupisce. Addirittura, la pergamena è stata utilizzata sottosopra rispetto al senso di scrittura del registro dei defunti, segno questo che era considerata davvero come un qualsivoglia pezzo di pelle.
Il "Codex seu registrum debitorum ecclesie parochialis SS.i Bernardi et Iosephi Vallis Andurni, iunctis solutionibus pro tempore...", cioè il registro dei debitori della chiesa parrocchiale di Campiglia Cervo i debiti dei quali erano arrivati a soluzione, ovvero rimessi (1712-1717), mostra due diverse coperture, due pergamene provenienti da altrettante fonti differenti. Osservando il piatto anteriore si nota verso il dorso una grafia ben differente da quella che compare verso il margine. La prima tipologia di scrittura, che si ritrova anche sul piatto posteriore, riconduce a un'opera, mentre il manoscritto della seconda sezione appartiene a un'altra. La membrana più estesa (parte del piatto anteriore e piatto posteriore) contiene una cospicua porzione de "I Quattro Libri delle Sentenze", un vasto trattato di teologia scritto da Pietro Lombardo (1100-1160 circa). Le "sententiae" erano i passi più autorevoli della Sacre Scritture che l'autore raccolse e sistemò secondo una struttura logica che riguarda la Divinità, la Creazione, l'Incarnazione, la Redezione ecc. In particolare, quanto visibile sul piatto anteriore attiene al primo articolo del Libro I, ovvero alla "Distinctio XXXIX" in cui si tratta della scienza e della prescienza di Dio. Sul piatto posteriore, invece, l'articolo è il terzo e la "Distinctio" è la trentasettesima. Il tema è quello della localizzazione di Dio. La questione è complessa: Dio è ovunque, quindi privo di necessità di muoversi localmente, da un luogo all'altro.
Il resto della coperta, la metà destra del piatto anteriore, si fa riconoscere per essere un passo della "Explanatio in Canticum Beatae Mariae" scritta dal Beato Ugo di San Vittore (1096-1141), cardinale e teologo di grande fama, uno dei più eminenti esponenti della dottrina scolastica. Fu maestro del suddetto Pietro Lombardo e tenne corrispondenze con i grandi del suo tempo, tra cui San Bernardo di Chiaravalle. Il "Cantico della Beata Maria" non è altro che il "Magnificat" contenuto nel Vangelo di Luca. Ugo di San Vittore, come molti altri prima e dopo di lui, ritenne di dover spiegare ("spianare") quel celebre brano del Nuovo Testamento. "Ecce enim ex hoc beatam me dicent omnes generationes", si legge abbastanza agevolmente: Maria sarà detta beata da tutte le generazioni a venire per il fatto di aver accolto e generato il Figlio di Dio.
La copertura del libro dei matrimoni 1586-1612 porta un radicale cambiamento di genere dal punto di vista delle opere (pergamene) riutilizzate. Anche in questocaso non è stato possibile riconoscere precisamente il volume originale perché, forse, si tratta di un "unicum", ovvero di un manoscritto prodotto da un "collage" di citazioni da altri manoscritti. Il tema è quello della febbre. Sì, questo è un trattato di medicina o, meglio, un compendio di altri trattati di medicina. I titoli in inchiostro rosso indicano i vantaggi terapeutici e le controindicazioni di "De embrocis in dieta ad ethicas febres", cioè "Delle infusioni nella dieta per le febbri normali", della pratica "De balneo", dell'ingestione "De lacte" e "De vino", come trattare coloro che "de sincopi in marasmodes transferunt", ossia l'evoluzione della sincope in febbre marasmatica, del nutrimento con mele ("De pomis") e come riconoscere i sintomi più evidenti "De marasmode febre perfectius existente", come affrontare la "Curatio febris ethice", come e se "cum inflammatione seu ignita si danda sit aqua frigida aut non", ovvero se in caso di alta temperatura fosse o meno il caso si impiegare l'acqua fredda, e se l'acqua fredda fosse da somministrare nel momento in cui la febbre normale si fosse già trasformata in marasma. Le due pagine che compaiono sui piatti del registro come detto non conducono a un'opera specifica, ma trovano corrispondenza in tutta la letteratura medica medievale tanto cristiana quanto (e soprattutto) araba, da Ḥunayn ibn Isḥāq "Iohannitius" ad Abū l-Qāsim Khalaf ibn ʿAbbās al-Zahrāwī "Albucasis" e da Avicenna. Nei loro scritti si riscontrano in parte o in toto gli argomenti trattati nel manoscritto di Campiglia Cervo.
Nella legatura dello stesso registro dei matrimoni si trova anche una dispensa matrimoniale. Non è chiaro se quel documento facesse davvero parte della copertura di quel volume o se vi sia finito dentro per casuali spostamenti successivi, ma al momento di riordinare l'archivio quella era la sua ubicazione e tale va considerata tuttora. Si tratta di un ritaglio di pelle di buona qualità che, malgrado sia piuttosto malconcia, conserva la parte scritta in discrete condizioni di leggibilità. Il documento originale è stato tagliato nella misura occorrente per il suo nuovo impiego, ma è ancora possibile rivelarne gli elementi essenziali. Battista Mosca Tonzetto voleva sposare Maria (il cognome è andato perduto nel taglio, ma ho potuto scoprirlo recuperando l'atto di matrimonio, celebrato il 30 gennaio 1633: Battista fu Antonio Mosca "Toncetto" impalmò Maria di Giovanni Mosca Tarot), ma erano affini in quarto grado per cui era necessario ottenere il consenso da parte del Papa. Il Sommo Pontefice, Urbano VIII, rilasciò il suo permesso da Roma, presso la chiesa di Santa Maria Maggiore, nel 1632 (il mese e il giorno non li sapremo mai perché erano scritti nella parte scartata della pergamena).
Dopo aver elencato le opere e le loro più verosimili provenienze, sorge spontanea una suggestiva serie di domande. È questo quanto resta di una "biblioteca perduta" del Priorato di San Tommaso di Campiglia Cervo o di un'altra ignota entità religiosa della Bürsch? O si tratta di materiale di riciclo semplicemente acquistato al mercato di Andorno Cacciorna o da un mercante girovago? Non sarebbe un caso insolito, anzi. Per esempio, al Santuario di Oropa si contano parecchi esempi analoghi di pergamene valdostane (atti notarili) del tutto estranee a Oropa eppure finite chissà come ad avvolgere i più vetusti registri dei verbali del Consiglio di Amministrazione e della "Fabrica" del santuario. In ogni caso, vista l'epoca cui risalgono i lacerti dei volumi campigliesi analizzati, è difficile immaginare che appartenessero alla Parrocchia dei Santi Bernardo e Giuseppe per come ci è nota oggi, visto che la sua fondazione risale ad almeno un secolo o due dopo la scrittura di quei testi. Lo stesso dicasi per il Santuario di San Giovanni Battista d'Andorno, nato probabilmente tra Quattro e Cinquecento, quindi a una certa distanza cronologica dai quei manoscritti. Inoltre, la tipologia dei testi (agiografia e teologia non per tutti i palati, spartiti musicali e raccolte forensi o compendi di medicina) suggerisce una collocazione un po' più "specializzata" e strutturata rispetto a una cappella o a una piccola chiesa di montagna che avrebbe avuto una "utenza" limitata e non così esigente e preparata. Certamente non è impossibile che i frati dell'antico priorato avessero un loro piccolo patrimonio librario che poi rimase a disposizione della "nuova" parrocchia cinquecentesca che lo ha disperso (non sono rimasti manoscritti così datati nella biblioteca parrocchiale) e/o riusato in minima parte come abbiamo appena visto. Può darsi, ma forse l'ipotesi dell'acquisto è l'opzione più credibile (se dovessi scommettere punterei sulla provenienza remota, magari da qualche lontana bibliotheca monastica di discreto livello, disgregata e non più riconoscibile, ridotta a brandelli destinati a usi meno nobili), anche se potrebbero coesistere. Probabilmente la verità rimarrà avvolta dal mistero.

Documento

Persona

Ente

altro