Le cascine di San Giovanni d'Andorno in un "inventaro" del 1719
Tipologia Documento
Data cronica
- febbraio 2021
Contenuto
- di Danilo Craveia
La Voce di San Giovanni, Bollettino di San Giovanni
L'esperienza dimostra che gli archivi "si parlano". I giacimenti archivistici, anche a grande distanza cronologica e/o geografica, interagiscono tra loro. A maggior ragione quando il territorio di riferimento è circoscritto, i documenti di quell'area non smettono di richiamarsi reciprocamente in quella contiguità e in quella contiguità particolare che forma il tessuto storico delle comunità. La Bürsch non fa eccezione. Nella vallata gli archivi sono un tutt'uno perchè è condivisa la storia della sua gente. Questo concetto va sempre tenuto presente quando si affrontano le origini remote dell'Alta Valle Cervo.
Un caso esemplare in questo senso è quello di un documento (1) che non si trova nell'Archivio Storico di San Giovanni d'Andorno, bensì in quello parrocchiale di Campiglia Cervo, ma è un documento che ha un significativo valore per la storia del santuario. E' noto che la documentazione più antica di San Giovanni d'Andorno è andata in buona parte perduta, ma una certa porzione si trova ancora tra le carte dell'Archivio Storico della Parrocchia dei SS. Bernardo e Giuseppe di Campiglia Cervo per ragioni di antica giurisdizione amministrativa ecclesiastica. In un luogo o nell'altro, la collocazione poco importa se tale documentazione consente di ricostruire il passato del santuario e dei devoti valligiani. In entrambi i siti di conservazione adesso i documenti sono inventariati e riordinati, consultabili e opportunamente descritti per facilitare le ricerche, quindi è auspicabile che sempre più possano emergere memorie di vicende curiose come quella ci accingiamo a scoprire.
Don Delmo Lebole nella sua monumentale "Storia della Chiesa biellese" non fa cenno alle pertinenze di San Giovanni d'Andorno. Non cita, al contrario di quelle di Oropa, le cascine appartenenti al santuario. Non evidenzia che, esattamente come accadeva per la struttura sorta attorno alla Madonna Nera, gli alpeggi di proprietà rappresentavano una fonte di reddito importante per il complesso santuariale dedicato al Battista. Tale omissione non è volontaria né imputabile a imperizia o superficialità. Semplicemente non erano così facili da reperire le fonti necessarie per una disamina efficace in merito a detto argomento (2). Tuttavia, il tema resta: i cascinali dei dintorni hanno contribuito non solo alla sopravvivenza del santuario dell'Alta Valle Cervo, ma ne hanno anche consentito lo sviluppo garantendo un costante afflusso di denaro ricavato da contratti di locazione continuativi nel tempo. Proprio di una di quelle locazioni stiamo per prendere visione. Un contratto d'affitto che risale a trecento anni fa, ossia l'epoca in cui San Giovanni d'Andorno stava affrontando cospicue spese in ragione dei lavori di ampliamento dell'ospizio dei pellegrini le cui prime notizie datano all'inizio del Seicento.
A distanza di un secolo, esattamente nel 1719, gli stabili secenteschi non erano più sufficienti per accogliere la crescente devozione locale (e non solo) nei confronti del Precursore di Cristo, quindi si rendeva necessario ampliare gli spazi dell'accoglienza. In quel contesto era quanto mai opportuno consolidare le entrate, anche e soprattutto affittando i beni che il santuario possedeva.
Il documento in questione è intitolato "Testimoniali d'inventaro statto delle cassine e cassone e pezze di terra pratto con soprastanti di Sant G. Battista della Balma datta in affitto a messer Giovanni Maria Gagliaro".
Nell'archivio parrocchiale di Campiglia Cervo si conserva altra documentazione che attesta come gli “affittamenti” dei beni di San Giovanni d'Andorno fossero usuali, almeno dalla fine del Seicento, ma non è chiaro quando detti beni cominciarono a entrare in possesso del santuario. In ogni caso, come accadeva altrove, furono donazioni o, più di frequente, lasciti testamentari a costituire e incrementarne via via il patrimonio immobiliare.
Le cascine di cui stiamo trattando erano incluse nell'eredità che Carlo Ludovico Emilio San Martino marchese di Parella (1639-1710) dispose a favore del santuario nel 1682. L'esatta ubicazione degli stabili non è determinabile attraverso il documento perchè solo una parte degli edifici è indicata con un toponimo specifico, ovvero "Sapello".
Malgrado questa "imprecisione", confrontando l'inventario con altre fonti (3) è possibile stabilire che gli immobili "inventariati" si trovavano attorno al santuario, tra il santuario e la borgata di Santa Maria di Pediclosso, al di sopra e al sotto dell'attuale strada di accesso al santuario stesso, che sale dal ponte Concresio, e poi fino al campanile e oltre. Con un'analoga operazione di confronto è verificabile come gli stessi immobili, incluso il terreno su cui sorgevano, erano sempre considerati come un'unica entità. Nei documenti in cui si fa cenno a quegli stabili sono sempre indicati così, "Deir" e "Sapel", mai disgiunti, sempre appaiati. "Deir" (cioè "deiro") è il sostantivo che identifica un masso erratico, una roccia affiorante, un elemento ben riconoscibile nel paesaggio di boschi e prati delle vallate biellesi. Il "sapel" (cioè "sapello") è, invece, un’apertura, un varco, un passaggio (naturale, ma anche artificiale), magari in una siepe o in una fitta boscaglia (4). Il primo toponimo (che nello "inventaro" non è esplicitato) circoscrive la posizione della cascina presso il grande macigno contro cui è nato lo stesso santuario di San Giovanni d'Andorno, la rupe sotto la quale si trova la "barma" (o "balma"), cioè la grotta che accoglie la statua del Precursore di Cristo. In effetti, sulla cima della roccia si trova tuttora un cascinale composto da due stabili, entrambi addossati al "deiro" da cui prendono il nome. Una fonte grafica di assoluta rilevanza rappresenta una conferma ulteriore di tale identificazione.
Si tratta del "Tipo de' beni proprj del Santuario di San Giovanni Battista nella Valle siti sul territorio di Campiglia e San Paolo" (5), elaborato dal misuratore Vittorio Mosca nel 1792, dove si individua con precisione la posizione della cascina del "Deir". In quello stesso documento ci si imbatte anche nel "Sapello", l'altro stabile rustico visitato nel 1719. È descritto direttamente, con la medesima denominazione. Posto lungo la mulattiera che porta a Santa Maria di Pediclosso, in territorio di San Paolo Cervo. Anche in questo caso la cascina è tuttora in piedi, al limitare del ripido prato che si estende in discesa dal santuario (6).
Tutto ciò premesso, è giunto il momento di dare un'occhiata all'inventario. Domenica 24 maggio 1719 direttamente in loco, ossia sulla pezza a prato di proprietà del santuario su cui sorgevano le cascine, si incontrarono otto uomini. Il più distinto tra loro era "il Molto Illustre Molto Reverendo Signor Don Giovanni Pietro Gaya Priore della presente valle Rettore perpetuo del sudetto Sacro Monte". In altre parole, il parroco di Campiglia Cervo, designato con il rango di priore dell'intera vallata e con il titolo di rettore del santuario. Fu lui a richiamare la decisione assunta dalla Congregazione amministratrice della Parrocchia di Campiglia Cervo (dalla quale San Giovanni d'Andorno dipendeva) di cedere in locazione gli immobili oggetto del sopralluogo e del conseguente inventario a favore all'andornese Giovanni Maria Galliaro, anche quest'ultimo, ovviamente sul posto quel giorno. Erano presenti anche due testimoni (7), il ministro della citata Congregazione amministrazione parrocchiale di Campiglia Cervo, Francesco Accati, e altri due membri della stessa istituzione, Giacomino Maciotta e Bernardo Cucco. Infine il notaio verbalizzatore (8).
Prima di procedere è interessante fornire qualche notizia sull'affittuario. Giovanni Maria fu Pietro Galliaro non avrebbe ricevuto in affitto solo i terreni con i cascinali, ma anche l'osteria di San Giovanni d'Andorno. Questa informazione amplia l'orizzonte storico e tramanda come anche nel santuario della Valle Cervo, come a Oropa, gli osti potevano contare anche sugli alpeggi circostanti.
L'andornese si firmò in calce all'inventario come "accensatore", come a dire appaltatore, perchè il suo non era un affitto "passivo", bensì una locazione commerciale che avrebbe generato un "giro d'affari" utile al locatario e non solo al locatore. Giovanni Maria Galliaro entrò in effettivo possesso della "possione" (possedimento) e della "hostaria" il 16 maggio 1719 e vi rimase per sei anni (due rinnovi da tre anni ciascuno) "pagando pontualmente" le 176 lire pattuite come canone di locazione comprensiva dell'osteria e degli immobili rustici. A dire il vero, a conti fatti, l'esborso effettivo era di "sole" 160 lire visto che 16 lire gli erano abbuonate a fronte dell'impegno assunto dallo stesso oste di suonare la campana, ovvero il campanone, nei modi e nei tempi stabiliti nel capitolato di affittamento (9). La locazione del terreno e delle cascine, così come la gestione dei boschi, consentiva all'oste di guadagnare di che vivere per quei lunghi periodi in cui l'osteria non gli garantiva introiti per assenza di clientela stabile (10). Giovanni Maria Galliaro tornò a essere l'oste e l'affittuario dei beni di San Giovanni d'Andorno nel maggio del 1728 e li mantenne almeno per i dieci anni successivi (versando un canone di 215 lire l'anno, meno 15 lire per il suono del campanone). Nel 1735 un suo figlio, fattosi prete, era già attivo come sacerdote celebrante all'interno del santuario. E probabilmente l'oste aveva anche uno zio che aveva vestito l'abito ecclesiastico, anch'esso attestato a San Giovanni d'Andorno fin dai primi anni della locazione.
L'inventario fu un'esperienza dinamica, ossia itinerante. I convenuti si spostarono dapprima al primo "cassone", che fu "ritrovatto ben coperto di coppi". Gli usci risultarono "tanto sopra che sotto buoni con luoro cadenazi e seradure e chiave". Anche il "pontille" fu valutato in buono stato.
L'interno dello stabile era pressoché vuoto: conteneva soltanto "una cardenza usatta et una banchetta". Terminato il giro nel primo edificio fecero pochi passi raggiungendo "la cassina in fondo". Quest'ultima versava in condizioni peggiori. L'uscio era "mediochre senza seradura", mediocre anche il "solaro con la porta sopra li frontalli", ma almeno il tetto dello stabile era in ordine. A quel punto gli otto uomini risalirono fino alla "cassina della parte di sopra" (11). La porta era salda e chiusa come si deve. Le "creppie" erano in ordine e anche il solaio, "eccetto un trave che è pontelatto". Anche in questo caso i coppi non avevano bisogno di manutenzione.
Anche il terreno fu osservato con attenzione. Gli occhi esperti di quei valìt e di quell'unico "forestiero" andornese lo giudicarono "in bon statto con tutte le sue roggie corive et rogietti aperti e ben acomodati". Inoltre, la pezza appariva "tutta ingrassata così visto et dimesso il tutto dal detto Affitavole dovendo alla fine della locatione renderla piu tosto migliorata che deteriorata con consumare tutti li frutti che ricaveranno in essa". Il passaggio è importante: l'appezzamento era correttamente irrigato e concimato secondo le regole di quella che appariva più un'enfiteusi che una semplice locazione. Lo suggerisce il concetto di miglioria insito nel contratto enfiteutico oltre che la possibilità di goldita dei prodotti del suolo al fine di perseguire dette migliorie.
In un punto non meglio determinato del terreno era stata ricavata una "bosa", ossia una concimaia a pantano, "con la sieppe tutto atorno mediocramente fatta parte di vivo e parte sono morte salvo la zima al longo del traverso tutta bona e viva". Il nuovo affittuario doveva occuparsi di ravvivare anche il tratto di siepe morta.
Presso il primo nucleo di stabili (cascina grande e costruzione accessoria), che abbiamo riconosciuto come "Deir", esisteva, come detto, anche un altro doppio cascinale, definito "Sapello". Questo edificio era robusto, con il solaio e il tetto sani, "con due bone creppie et il giacio dentro con la chintana con del ingrasso", come a dire la stalla aveva il canale di scolo con del concime al suo interno. L'altra cascina a ridosso si presentava a sua volta con una greppia (ovvero la mangiatoia) "ben solata con il uscio con seradura e chiave con la porta della straya bona", cioè con il fienile adeguatamente chiuso (12).
Conclusa la rivista dei caseggiati e della terra, fu la volta di quegli alberi "entrostanti" che parevano essere la parte più preziosa dei beni in locazione. Ecco allora lo "Statto delle piante" che fu redatto così: "arbori di castagna grosi numero 43 salvatici, picoli n° 10, piante da travo grossi n° 18 oltre li allievi (13), piante di rovere n° 30 tra picole e grossi, arbroni n° 25 tra tutti, biolle n° 27 nel coltivo oltre quelle sono atorno al Campanone e Selle, cerese tra picole e grande n° dodeci, piante di frassino n° diecinove, pino tra picoli e grossi n° 25. Per li bosconi di nizola quelli che scalveranno o taglieranno d'avere il fitavole quelle sradicate e render il fondo coltivo dove si taglieranno. Per li bosconi non potra bascagliare ne tagliare alcuna sorte, ne picola ne grande salvo li bosconi come sopra, le rame di frasine e la scavalcadura della foglia ogni tre anni una volta et anche al tempo scalvar le rovere da bon padre di fameglia" (14). Conteggi, descrizioni, istruzioni e limitazioni un po' complicate, ma utili per "ricostruire" idealmente il paesaggio arboreo della zona, di per sè non così diverso da quello attuale, il che appare rassicurante. L'ambiente montano non è cambiato molto, per fortuna: attorno a San Giovanni d'Andorno ci sono ancora le stesse essenze arboree di tre secoli fa. Solo i faggi non sono elencati nel documento, a meno che non fossero quei venticinque "arbroni" non meglio identificati.
Anche un semplice "inventaro" ha potuto rivelare qualcosa di ancora sconosciuto della storia di San Giovanni d'Andorno. Anche solo tre pagine manoscritte permettono di abbozzare una veduta panoramica di una porzione di valle e raccontano la vita dei valìt di allora. Milioni di altri fogli di carta non attendono altro che farsi ascoltare per tramandare quel che sanno del passato della Bürsch.
(1) Si tratta del fascicolo ASPCC 1309.
(2) I fatti che andiamo a narrare, tra l'altro, esulano per ragioni cronologiche dal "raggio d'azione" della celebre e preziosissima "Historia" del parroco/rettore don Giovanni Battista Furno perché data alle stampe nel 1702, ossia diversi anni prima dell'episodio qui trattato.
(3) Vedi registro ASPCC 8, pagina 76.
(4) Per l'etimologia dei termini piemontesi, comunque da "prendere con le pinze", si vedano, per esempio, il Gran dizionario piemontese-italiano compilato da Vittorio Sant’Albino e stampato a Torino nel 1859 dalla Società L’unione tipografico-editrice, oppure il Glossario etimologico piemontese del maggiore Dal Pozzo edito da Casanova in Torino nel 1888.
(5) La mappa, assimilabile un cabreo, si trova presso il Santuario di San Giovanni d'Andorno, già restaurata nel 1997, ma ormai nelle condizioni di doverla essere nuovamente. E' datata in Campiglia al 4 gennaio 1792. Ricavata dalla cartografia catastale settecentesca di Campiglia Cervo e di San Paolo Cervo, l'elaborazione del geometra Mosca riporta i numeri mappali delle catastazioni di riferimento. Per quanto riguarda l'area del "Deir" si tratta della particella n: 2099 inclusa nella zona dei "Busit", esattamente come la chiesa del santuario stesso. In effetti il "deiro" (poi perforato per consentire il passaggio della strada diretta alla galleria "Rosazza") congiungeva l'edificio sacro con la cascina soprastante.
(6) Nella mappa del misuratore Mosca il "Sapello" è indicato con il mappale n° 9 del catasto di San Paolo Cervo. La forma in pianta di questo stabile è rimasta pressoché invariata dal 1792 a oggi. Lo stesso dicasi per quanto riguarda il "Deir".
(7) Giovanni Antonio Cornetto e Giovanni Alberto Vanni.
(8) L'inventario fu redatto dallo stesso notaio che aveva ricevuto lo strumento di locazione, ma nel documento in esame (una copia dell'originale) il nome del tabellione non è indicato. Quasi sicuramente si trattava di Eusebio Rosazza, che all'epoca era anche segretario del santuario.
(9) In assenza di altri abitatori stabili nel santuario o per sgravare gli eventuali abitanti di quella incombenza, era l'oste a occuparsi della campana. Per il suono e per gli altri articoli del capitolato si veda il documento ASPCC 1302 "Capitolazione seguita tra li ministri della Chiesa di S. Giovanni Battista posta nella presente et messer Bernardo Cucho fu Pietro in qualità d'afitavole dell'osteria et posessione proprij di detto Sacro Monte" del 1725 riferito al subentrante Bernardo Cucco per il triennio di locazione 1725-1728.
(10) Anche il suo predecessore, Pietro Vanni Bertina, e il suo successore, Bernardo Cucco Pignatta (nomen omen o supra nominem?) fecero altrettanto: osteria e terreni insieme.
(11) È possibile che questa cascina della "parte di sopra" sia identificabile con lo stabile rustico visibile sul "Tipo" del misuratore Mosca in regione "Ortassi" al mappale n° 2093 di Campiglia Cervo, lungo il sentiero che conduce ai casolari di Bussetti e Farondo.
(12) Da notare che nessuno degli stabili risultava coperto a lose, a meno che non fosse implicitamente inteso a fronte della segnalazione della particolare copertura, a coppi, del primo edificio.
(13) Per "allievi" si intendono le piante giovani.
(14) Nella trascrizione sono state inserite alcune virgole non presenti nell'originale allo scopo di facilitare la lettura.