I quattro testamenti di Giovanna Cucco
Tipologia Documento
Data cronica
- 2015-2016
Contenuto
- di Danilo Craveia
Comunità Parrocchiale dei Ss. Bernardo e Giuseppe, Bollettino parrocchiale di Campiglia Cervo, 2015-2016
L'immagine stereotipata è quella dell'agonizzante che fa testamento in punto di morte, tra un rantolo e l'altro, con l'ultimo filo di voce. In verità la maggior parte dei testatori avveduti ci pensa prima, con largo anticipo. Molti altri, invece, non si pongono il problema e trapassano ab intestato. Comunque sia, a livello statistico, a pochi capita di avere più di una occasione. Poi ci sono quelli che, per così dire, ci prendono gusto e affrontano la questione diverse volte. Si tratta di casi piuttosto rari. Certo, qualcuno si accorge di voler modificare una singola disposizione, un paragrafo, e per questo ci sono i codicilli. Ma scrivere o dettare diversi testamenti non rientra nella normalità.
Se poi si torna indietro nel tempo la casistica si assottiglia sempre più. I nobili, i ricchi, i soldati di carriera, gli alti prelati potevano permettersi di cambiare idea. La povera gente, i piccoli artigiani, i preti di campagna cercavano di uscire di scena con dignitosa semplicità, lasciandosi dietro quel poco di cui erano vissuti senza troppe grane per eredi e successori. Per sistemare tutto per bene bastava una volta, quando era davvero ora.
A meno che le circostanze, il destino, la vita... Giovanna Cucco fece testamento quattro volte. A dire il vero i quattro documenti (tutti conservati in copia nell'Archivio Parrocchiale di Campiglia Cervo) sono solo quelli noti. In effetti non è detto che non ce ne siano altri, visto che l'ultimo fu vergato quando la donna era ancora in buona salute e non in articulo mortis. Il primo fu redatto il 9 marzo 1661 a "Glondini" (scritto proprio così) in una camera della casa della testatrice "ove al presente giace in letto amallata". Il lavoro del notaio, in certe situazioni, sconfinava nel filosofico. Il capezzale di una moribonda era una di quelle situazioni. Ma il tabellione non doveva inventarsi alcunché: c'era un formulario adatto per ogni evenienza. Eusebio Rosazza (fu lui a ricevere le istruzioni della padrona di casa che si sentiva prossima al trapasso) scelse la versione lunga, quella più solenne, che recitava così: "fin de primi parenti Adamo et Eva sij dal Sommo Iddio statuito che ogni cosa nasciuta debba haver fine da quivi si racoglie che la Morte à tutti sij certissima essendo però l'hora di sua venuta incerta convenga ad ogni huomo e donna prudente mentre egli vivano proveder in maniera alle cose loro accio che doppo loro heredi et sucessori non venghi à naser alcuna materia di litte, et diferenze".
Il testo prosegue di conseguenza. "Queste cose considerando Gioanina figliola del fu Antonio Cucho, moglie di Lucha Savoja d'essa Valle, sana per Iddio gratia di sua mente sensi vista et intelletto et mentre egli vive et è in sua buona dispositione ha procurato di fare, et ordinare come fa, et ordina il suo ultimo testamento di viva voce chiamato noncupativo senza scritti...". Ed ecco ciò che Giovanna voleva. Il corpo doveva essere seppellito nella chiesa parrocchiale di Campiglia Cervo "et ivi honorato di messe, essequie, ellemossine funerali et altri divini uffici conformemente il costume d'essa valle, et facolta della sudetta testatrice, massime il giorno che si dara sepoltura al suo cadavere", quando dovevano essere celebrate "almeno messe dui. Più un ellemossina di pane ordinario da distribuirsi alli poveri del Cantone di Glondini, et parenti fori conformemente il solito". Quello della sua morte sarebbe stato ricordato nella piccola frazione come un giorno buono, di generosità e di carità cristiana. I più miseri avrebbero avuto qualcosa in più di cui nutrirsi, perché una di loro se n'era andata, ma gli altri rimanevano e altri ancora sarebbero arrivati. Il ciclo doveva continuare. Alla Compagnia del Suffragio di Campiglia Cervo, invitata ad accompagnare il suo feretro, sarebbe stata conferita la cera per le candele e le "torchie" da utilizzare durante le esequie, come imponeva la tradizione. A quel punto il notaio Rosazza intervenne come prescritto dalla procedura: "monita detta testatrice per me nodaro sottosegnato a lasciare qualche ellemossina all'Ospedale delli SS.ti Mauritio e Lazzaro et povere orfanelle in Torino ha risposto al presente non poter far altre ellemossine".
Alle disgrazie torinesi avrebbe provveduto qualcun'altro. Giovanna Cucco aveva i suoi a cui pensare. Dispose, infatti, che il marito Luca Savoia fosse usufruttuario di tutti i suoi beni, insieme ai suoi eredi universali (fintanto che il marito avesse dimora con loro, ovvero non si fosse risposato). Designò quali eredi particolari le sue due figlie Antonia e Maria "et altre se ne havera" che avrebbero percepito la loro dote di 150 lire cadauna. Gli eredi universali avrebbero avuto quattro anni dopo le rispettive nozze delle ragazze per versare le somme, ma senza interessi. Finché fossero rimaste nubili avrebbero continuato a vivere nella casa della madre.
Erede universale fu chiamato il figlio Antonio, "et altri se ne havera". In caso di morte di Antonio i suoi diritti sarebbero passati ai suoi figli. In caso di morte senza figli, sarebbero sopravvenute le sorelle. In caso di morte di tutti, senza ulteriori eredi, sarebbe subentrata la Parrocchia di Campiglia Cervo. La donna, ancora giovane, temeva di morire a breve, ma non mancava di sperare. Tanto da contemplare la possibilità di avere altri figli.
Non ebbe altra prole, ma, ovviamente, non passò a miglior vita nel 1661.
Il secondo testamento fu redatto il 12 gennaio 1677 ancora a "Glondini", alle ore due di notte (verso le sette di sera secondo l'ora italiana), in una camera della casa della testatrice "ove al presente giace in letto amallata". La valëtta era di salute cagionevole, almeno in apparenza. Nel frattempo era deceduto il notaio. Nella stanza cubicolare di Giovanna Cucco si presentò il di lui figlio, Bernardo, che aveva ereditato la professione. Rispetto al padre fu più sintetico nei preamboli: "...la generazione humana sij mortale caduca, et niuna cosa più sicura che la morte, et niun hora più incerta che quella del morire...". La testatrice raccomandò la sua anima a Dio e alla "Sua Santissima Madre Maria Vergine".
Queste nuove ultime volontà ricalcavano le vecchie, ma con qualche variazione significativa. Il giorno della sua sepoltura dovevano essere celebrate tutte le messe possibili (per arrivare al più presto a quelle quaranta che aveva legato alla parrocchiale campigliese). Naturalmente il corpo doveva trovare posto presso la chiesa del capoluogo. Come sedici anni prima la gliodininese non dimenticò la sua gente. Fu, anzi, più liberale. Avvenuto il decesso, sarebbe stata distribuita un'elemosina non solo di pane, ma anche di minestra e companatico per tutti, senza distinzione di censo. La Compagnia del Suffragio sarebbe intervenuta come sopra, ricevendo la solita cera, ma allo stesso sodalizio e alla chiesa di San Giovanni d'Andorno lasciava 10 lire cadauna per una volta tanto. Niente per le pie istituzioni torinesi.
Confermò l'usufrutto del marito, ma gli concedette anche di poter alienare parte dei suoi beni nel caso si fosse trovato nell'estrema necessità di farlo, specialmente per grave malattia. Erede particolare la figlia Antonia, che intanto era stata presa in moglie da Antonio Norza, per una somma di 150 lire che le sarebbe stata consegnata entro cinque anni dalla morte della madre. Maria, invece, non si era ancora sposata. Le spettavano 150 lire come alla sorella, ma finché fosse rimasta nubile, nel caso non fosse stata nella condizione di rimanere nella casa natia, sarebbe stata "usufruttuaria di un casso di casa con portico avanti pontile scale sito in detta valle luogo detto à casa de Glondini detto il Casso di mezzo, con la meta della stanza fogolare". La madre volle tutelare la figlia più debole, quella che avrebbe avuto più difficoltà.
Ecco perché stabilì che Maria avrebbe goduto dell'usufrutto anche su una pezza di terra a prato con alberi e un canepale situata al Chioso. E sempre a lei sarebbe andata "meta di tutti li utensili di casa tanto di boscho che di ferro, et di qualsivoglia altra sorte di lingerie bestiami, fieno", nonché "che possa servirsi di boscho da brusare [raccolto] in tutti li beni di lei testatrice".
Antonio era e sarebbe rimasto l'erede universale.
Giovanna superò anche quel malanno. Ma il 1677 fu l'anno dei due testamenti. Il terzo, infatti, fu redatto il 5 dicembre, nella casa del notaio Bernardo Rosazza in quel di Campiglia Cervo. La donna stava bene, ma evidentemente c'era qualcosa da sistemare, qualcosa che non la faceva dormire e che meritava il disturbo e la spesa dello strumento. Scorrendo il documento non si incontrano differenze sostanziali rispetto a quello dettato undici mesi prima, solo alcune precisazioni e una variazione consistente nella dotazione assegnata alle figlie: 200 lire anziché 150. Segno di una migliorata situazione economica? O della volontà di tutelare, per quanto possibile, le femmine a fronte della prevedibile sperequazione a favore dell'erede maschio?
Prima di chiudere l'elenco con l'ultimo testamento è interessante evidenziare come la dipartita imminente (o ritenuta tale) conferisse, e conferisce, ai testatori un notevole potere.
Le volontà testamentarie andavano rispettate alla lettera e questo, nel bene come nel male, condizionava l'esistenza di chi rimaneva. Ulteriore riprova del fatto che, in un modo o nell'altro, è sempre la morte a dettar legge sulla vita e mai il contrario.
Il quarto testamento risale al 5 marzo 1691. Per questa nuova redazione si tornò a Gliondini, nella solita casa della testatrice. Malgrado fossero trascorsi quasi quattordici anni, la donna era in salute. La vecchiaia sembra le abbia giovato: ammalata da giovane e arzilla da anziana.
In questo lungo periodo di silenzio documentario (interrotto soltanto da un semplice atto di quietanza nel 1683 (1)) Giovanna aveva perso il marito (2), l'uomo che aveva accolto nella sua casa e al quale aveva sempre dedicato attenzioni e precauzioni nelle sue tre precedenti disposizioni testamentarie. Ed era morta anche Antonia, la figlia sposata ad Antonio Norza.
Sebbene fossero avvenuti questi tristi cambiamenti, la carta del 1691 non si discosta di molto dalle altre. Mancano naturalmente i riferimenti al consorte e alla figlia defunta, ma la vedova aveva le idee chiare e strutturate, e non le aveva cambiate malgrado le due gravi perdite. Un'occhiata da contabili mette in luce una riduzione complessiva della "generosità" nei lasciti rispettivi e almeno un beneficiario è espunto del tutto, ovvero la Compagnia del Suffragio. Maria era ancora nubile e Antonio avrebbe ereditato la quota più consistente come normale che fosse. Si affaccia però un nuovo volto in questo quadro familiare dal quale erano scomparsi due membri importanti.
Antonia aveva lasciato orfana una figlia, Caterina, alla quale la nonna volle dimostrare affetto e sostegno concreto. Avrebbe percepito 100 lire e tutto il corredo che la madre deceduta aveva a suo tempo ricevuto dalla testatrice.
A titolo di curiosità si segnala che in quest'ultimo documento si incontrano due termini tecnici che vale la pena citare e spiegare. Una volta passata a miglior vita Giovanna, Antonio avrebbe dovuto liquidare Maria e Caterina, cioè la sorella e la nipote. La prima, intascando quando dovutole, sarebbe stata tenuta a rilasciare regolare ricevuta rinunciando definitivamente a pretendere ulteriori somme appellandosi tanto alla "falcidia" quanto la "trabellianica". La prima parola fa riferimento alla romana Lex Falcidia (4) che determinava nella quarta parte del patrimonio del testatore la quota legittima da salvaguardare per gli eredi. La seconda, che sarebbe meglio rendere come "trebellianica" (3), riguarda lo stesso tema e la stessa proporzione ereditaria introducendo anche la figura dei fidecommessi.
Dopo aver letto i suoi quattro testamenti e dopo aver svolto qualche sommaria ricerca nei registri della Parrocchia di Campiglia Cervo non è stato possibile scoprire la sorte di Giovanna. Di sicuro, con un po' più di perseveranza, si appurerebbe la sua data di morte che, però, non fu prossima al dettato testamentario del 1691. Come a dire che sopravvisse ancora per anni e non è detto che non si sia sentita in dovere di intervenire nuovamente, per ridefinire qualche passaggio o, perché no, per stravolgere tutto quanto e riconoscere altri eredi con differenti clausole e lasciti specifici. Al momento non è possibile dirlo.
A questo punto poco importa. Questa vecchia signora risulta simpatica, magari cocciuta e un po' pedante, pignola e vagamente impicciona, ma accudente e generosa. Viene la tentazione di regalarle un destino un po' speciale. D'altro canto, contrariamente a quanto avviene di solito, a lei i testamenti parevano portare se non fortuna, almeno lunga vita. Allora non si stia a cavillare troppo sulla mortalità dell'uomo e si pensi con indulgenza a questa testarda nonnina che, per quanto se ne sa, potrebbe essere ancora in giro per la valle, più che trecentenaria, curva e vizza, ma lucida e non rassegnata ad andarsene senza aver sistemato come si deve le sue cose. Forse sta ancora cercando, per mettere nero su bianco le sue estreme volontà, un notaio altrettanto longevo che, alzando gli occhi al cielo, abbia forza e voglia di intingere la penna nel calamaio sperando in cuor suo che, per Giovanna Cucco, sia davvero l'ultima volta.
(1) Il 17 gennaio 1683, nella casa del notaio Eusebio Rosazza a Campiglia Cervo, Giacomo fu Giorgio Zorio Freggio ricevette da Giovanna fu Antonio Cucco moglie del fu Luca Savoia e dal figlio Antonio (lei è assente, il figlio agisce per suo conto) 14,5 doppie Spagna "di giusto peso, buono oro fino". Si trattava della totale estinzione di un debito a favore di Giorgio Zorio Freggio risalente al 28 marzo 1672.
(2) Luca di Giovanni Savoia, nato e residente a "Liondini" (sic), morì a 61 anni il 26 maggio 1680, dopo aver ricevuto i sacramenti, "in domo sua" (in realtà la casa era quella della moglie) e il giorno dopo il suo corpo fu sepolto nella chiesa parrocchiale di Campiglia Cervo. Accanto alla registrazione si trova un acronimo particolare: "I.L.M.". Non è una presenza frequente, nè in quel registro nè altrove, tanto da renderne incerto lo scioglimento. Un'ipotesi accreditata potrebbe ricondurre la sigla all'ambito economico contestuale alla morte e alla sepoltura dei parrocchiani. Questa chiave di lettura potrebbe far riconoscere nella "I." la prima lettera di "Ius", cioè "diritto", quello di sepoltura dovuto al parroco. La "L." potrebbe indicare le "Litanie" cantate e la "M." la "Messa" celebrata in occasione del funerale. In altre registrazioni compare anche una "O." che potrebbe rimandare allo "Officium mortuorum" recitato presente cadavere. Per il Savoia erano state pagate le prime tre funzioni, per altri si riscontrano combinazioni differenti. Per alcuni si legge la parola "Gratis". In ogni caso l'uso delle iniziali dura pochi anni, proprio in quel periodo: prima e dopo o non si trova nulla di analogo o si vedono semplici asticelle (una, due, massimo tre) "spuntate" come pro memoria dell'avvenuto svolgimento e pagamento.
(3) La Lex Falcidia è una legge romane del 40 a.C. approvata su iniziativa del tribuno della plebe Falcidius. Regolava le quote della successione legittima nel diritto ereditario romano.
(4) Anche la Lex Trebellianica deriva dal diritto romano e porta il nome del console Marco Trebellio Massimo che la fece entrare in vigore nel I secolo d. C.