La qualità della Grazia

Tipologia Documento
Data cronica
ottobre 2016
La qualità della Grazia
La qualità della Grazia

Contenuto

di Danilo Craveia
La Voce di San Giovanni, Bollettino di San Giovanni, ottobre 2016


Come promesso, ecco la seconda "puntata" dedicata all'analisi delle "gratie, e miracoli del Sacro Simolacro di S. Gio. Battista venerato in una caverna ridotta in capella nella Chiesa à lui dedicata nel Sacro Monte della Valle d'Andorno", elaborata a partire dalla "Historia" lasciataci da don Giovanni Battista Furno nel 1702. Se nel primo approccio alla casistica degli eventi prodigiosi si è utilizzato un criterio quantitativo, ovvero statistico, in questo secondo ragguaglio si porrà l'accento sulle caratteristiche di alcuni episodi per metterne in evidenza le specificità.
In questo senso è interessante scoprire come i nostri antenati descrivevano i loro malanni, tra accezioni e tradizioni popolari, pseudo-scienza e sapienzialità, crude espressioni dialettali, terminologia medica, latinorum, superstizione ecc. Si è visto nel precedente articolo come il mal caduco (epilessia) fosse una delle patologie più diffuse, ma il novero delle malattie era assai variegato e piuttosto "barocco" nelle disamine diagnostiche come è giusto che fosse all'epoca.
Si possono quindi osservare alcuni esempi significativi. Il tollegnese Messer Francesco Ferro nel 1685 fu guarito da una "rottura intestinale" (ernia?) che da dieci anno lo rendeva "gonfio e rilassato nelle parti genitali". La piccola Anna Mosca era stata sanata nel 1684 sebbene alla nascita fosse "abominevole" e incapace di "tratter ne l'orina, ne gl'altri escrementi". In quegli anni alcune donne della vallata soffrivano di "dolori matricali" definiti "acerbissimi" (potremmo tradurre il termine con lancinanti), che impedivano non solo alle malate di avere qualsivoglia rapporto sessuale, ma anche di deambulare e di vivere normalmente. Miracolosamente furono restituite alla piena salute. Un altro malanno frequentissimo era la scrofola (adenite tubercolare).
A questo proposito è d'obbligo indicare che San Giovanni Battista della Valle d'Andorno si rivelò efficace quanto e più dei sovrani di Francia e d'Inghilterra, notoriamente considerati fin dal Medioevo come re taumaturghi, ossia guaritori delle scrofole. Sempre verso il 1685 la semplice visione di un'immagine del Santo valèt permise ad Antonia Piatti, "travagliata da gotta artetica, con tumore da mezzo il corpo in giù, in modo che resta immobile",  di salvarsi e di tornare a vivere. Da segnalare che la comune gotta e la "artetica", qui appaiate a indicare una sola patologia, erano invece considerate due malattie diverse. In effetti, nel "Libro delle quatro infermita cortigiane, che sono catarro, gotta, artetica, sciatica: mal di pietre, et di reni, dolore di fianchi, et mal francese", opera di Luigi Lobera di Avila, medico di Sua Maestà, tradotta dallo spagnolo e stampata a Venezia dai fratelli Sessa nel 1558, la "artetica" (ossia l'artrite, magari in forma reumatoide) agiva per conto suo, senza dover essere una variante della gotta.
Procedendo si scopre che il figlio di Giacomo Filippo Savoia era un "ammalato disperato", mentre Caterina moglie di Bernardino Magnano, dapprima pativa per un dolore alla spalla che si presentava "molto gonfia e negra" (fu inutilmente incisa due volte per ridurre la tumefazione) ed ottenne grande giovamento, ma nel 1685 si ammalò di nuovo di mal di gola, anzi di "squinanzia", ovvero "angina". Quella strana parola, "squinanzia", è usata con proprietà di linguaggio: la si trovava infatti anche nel vocabolario dell'Accademia della Crusca e definiva un "male che riserra le fauci, e soffoca", che i latini chiamavano angina. Anche la figlia di Caterina, Bartolomea, era perseguitata da un doloroso "male sotto le orecchie come ghiandi" che insorgeva ad ogni "lunata".
Lorenzo Ferraro non era così vecchio da giustificare una progressiva diminuzione della vista, ma era ugualmente "necessitato d'usar li ochiali", ma dopo qualche anno nemmeno le lenti riuscivano più ad aiutarlo. Temendo di diventare completamente cieco si votò al Battista e tornò a vedere come e meglio di prima.
Nell'elenco non mancavano i malati di "sciattica", gli "stropi", i "palattici" e i doloranti non specificati. Più dettagliato, ma non del tutto chiaro il problema della figlioletta di Lucia Pasqual di Sagliano. La bambina aveva una "pupilla crepata".
Giacomo Carera di Prasca (Marchesato di Crevacuore) si lamentava per la sua mano sinistra "oppressa da un tumore, che sempre pareva l'havesse nelle spine, molto gonfia". Lavò l'arto malato nell'acqua della Santa Grotta e fu guarito. Una figlia piccina di Giuseppe Ronco di Sagliano aveva "tumori nel collo, che li Signori Chirurghi dicevano, che attesa tal età tenera per esser l'humor contumace non se ne haurebbe l'honore a curarla, e perché di simil male glien'era già morta un'altra, che prima di morire andò consumando fin che non gli restò che la pelle, e l'osso". Fu oggetto di grazia e sopravvisse. Il 28 giugno 1687 il milanese Giacomo Bernascone aveva una "flussione nel piede destro" da cui disperava di poter guarire. Invece ne fu liberato.
La narrazione di questi eventi potrebbe occupare parecchie pagine e, nel caso queste righe invece di soddisfare dovessero stimolare la curiosità di avere maggiori dettagli, la fonte diretta e migliore resta quella dell'opera di don Furno.
In ogni caso ci sono almeno altri tre casi che meritano una pur fugace segnalazione. Il primo è quello del figlioletto di Stefano Lovisetto di Sordevolo. Il bambino era nato all'inizio del 1688 e da quando aveva visto la luce non aveva mai smesso di piangere. Pianse tanto "dirottamente, e così seguito per cinque mesi continui in modo, che cominciò a gonfiar molto nelle parti di sotto". Il padre, disperato per quella situazione così dolorosa e foriera di morte prematura, fece voto a San Giovanni Battista e dispose di far celebrare una messa. Tre ore dopo i bimbetto stava bene e il gonfiore era sparito.
Lo stesso Lovisetto è citato per un altro miracolo relativo a un problema più o meno analogo. Nell'agosto del 1687, Messer Lorenzo Vercellono, suo compaesano, "haueua un figliolino di due mesi, che nell'età d'uno restò maleficiato, e lo fece da un essorcista liberare, ma per il gran pianto durante il maleficio si trouò rotto nelle parti genitali". Stefano Lovisetto, che già allora aveva vissuto un simile malanno occorso a un altro suo figlio, consigliò il Vercellono di affidarsi al Santo della Valle Cervo. Così il neonato fu condotto al santuario ed ebbe quel giovamento che l'esorcismo non aveva prodotto.
L'ultimo evento si verificò ai primi di dicembre del 1688 e rimanda al fenomeno del "répit", ovvero della "tregua". Si tratta di un culto speciale praticato fin dal Medioevo in alcuni particolari santuari, per esempio quello di Notre-Dame-des-Neiges in località Machaby, nel territorio di Arnad in Valle d'Aosta. La tregua si riferiva allo stato di morte dei neonati: la sospensione da quella condizione, concessa al bimbo defunto portato al luogo santo, permetteva alla piccola anima di ricevere il battesimo prima di morire definitivamente, ma dotata del primo sacramento. Quelle brevi resurrezioni costituivano una speranza per i genitori devoti e anche a San Giovanni d'Andorno se ne registrò almeno una. Giovanna, moglie di Giovanni Lodovico Forgnone di Sagliano, il 4 dicembre "era sempre stata trauagliata d dolori di parto, e non sentendo più la creatura, fù giudicato dall'ostetrice esser la creatura morta". Anche la donna era in pericolo di vita e il Forgnone pregò il Battista di salvarla e di consentire al bambino che aveva in grembo di essere almeno battezzato. Fatto solennemente il voto, Giovanna partorì "un figliuolo senz'alcun segno di vita, e col color di morte, et così stimato da tutti; ciò visto di nuouo pregò detto Santo della gratia del battesimo, e subito con stupor di tutti cominciò a pianger la creatura, à quale fece dar l'acqua del battesimo, et visse ancora vinti quatro hore, e poi morse". Una storia per noi triste, ma allora un epilogo del genere era quanto di meglio ci si potesse augurare, date le premesse, e San Giovanni fu debitamente contraccambiato per un favore tanto grande.
Questa in breve la "qualità" della grazia, anche se dalle pagine della "Historia" si potrebbe ricavare ancora molto. Si potrebbe, in effetti, occupare un altro paio di pagine di questo bollettino con un'ulteriore categoria di graziati: quelli che superarono indenni, o quasi, gravi infortuni sul lavoro o paurosi incidenti. Se ci sarà modo torneremo sull'argomento con qualche notizia in merito.
 

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