La Storia passa sotto il Fréjus e arriva alla Bürsch [Eco di Biella, 13 maggio 2024]

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13 maggio 2024
Il cantiere di Fourneaux in un’albumina stereoscopica realizzata nel 1863 da William England della London Stereoscopic Company (LSC) per la serie “Views of Switzerland, Savoy and Italy”.
Il cantiere di Fourneaux in un’albumina stereoscopica realizzata nel 1863 da William England della London Stereoscopic Company (LSC) per la serie “Views of Switzerland, Savoy and Italy”.

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La Storia passa sotto il Fréjus e arriva alla Bürsch

 

Dopo tre anni di ricerche, ecco il libro dei valìt al Fréjus

 

Il lavoro dei biellesi sotto lo sguardo del mondo intero

 

Le immagini, i suoni e le testimonianze di chi vide e visse l’impresa

 

Domenica 19 maggio 2024 è stato presentato il libro I valìt al Fréjus, curato da Danilo Craveia e Anna Bosazza. Una presentazione articolata in tre tappe, tutte in Alta Valle Cervo. Il programma: l’omaggio ufficiale al monumento del Fréjus presso la sede della SOMS a Campiglia Cervo in mattinata, appena dopo pranzo un approfondimento sul tema della rappresentazione del cantiere attraverso l’opera di disegnatori, incisori e stampatori dell’epoca (con l’esperto collezionista conte Piero Gondolo della Riva). Infine, a Piedicavallo (Teatro Regina Margherita), la musica del Fréjus: arie e canti che accompagnarono o celebrarono la grande impresa. I sindaci di Bardonecchia, Fourneaux e Modane sono stati invitati per un ideale gemellaggio basato su una storia comune con le tre comunità della Bürsch. Con questa pagina si chiude un lungo lavoro di ricerca, anche in terra francese, che completa quanto già rivelato nelle mostre del 2021, all’epoca della ricorrenza del centocinquantenario di inaugurazione del tunnel che, come scrisse Giuseppe Regaldi nelle sue memorie dal titolo La Dora del 1866, “internandosi nelle viscere delle Alpi fra Bardonecchia e Modane, sarà vero miracolo dell'arte moderna, nuovo monumento dell'audace ingegno italiano”.

 

Che cosa sentivano e che cosa vedevano i piccoli valìt mentre scavavano i grandi monti? Gli occhi abituati alle tenebre della roccia, i timpani al rombo sordo delle mine. L’aria calda, che mancava, divisa con le bestie da tiro, il peso dei detriti. Non guardavano e non udivano oltre. E fuori, a Bardonecchia, a Fourneaux e a Modane, l’incanto dell’alpe indifferente a quel cantiere pur ciclopico per la misura degli uomini. L’immensa montagna avrebbe partorito la tana di un minuscolo topolino. Che cosa portarono nel cuore e che cosa raccontarono a chi li attendeva a casa? Alcuni di quei piccoli valìt non fecero ritorno. Gli altri, quelli che tornarono nella Bürsch non erano più piccoli. Il Fréjus è una meraviglia che stupisce ancora oggi e ancora di più stupiva allora. Fu il prodigio che si faceva progresso, fu l’idea che si faceva tecnica, fu la volontà che si faceva via. Mentre i piccoli valìt guardavano laggiù nel buio in attesa di scorgere la luce e tutto il loro mondo era in quel buio, tutto il mondo guardava lassù in attesa di scorgere la stessa luce, perché al primo bagliore nulla sarebbe più stato come prima. Dalla Germania, dall’Inghilterra, dalla Spagna, dagli Stati Uniti d’America… Tutti osservavano. Si rendevano conto, i piccoli valìt, di che cosa stava accadendo? Di che cosa loro stessi stavano facendo accadere? Difficile essere consapevoli di come una perforatrice ad aria compressa possa incidere la Storia. E poi, prima di lasciare un solco nella Storia, bisogna graffiare la vita. Eppure, tra il 1857 e il 1871 in molti ebbero modo di documentare e di testimoniare. Di arrivare a ridosso del Fréjus per vedere, e dipingere, disegnare, fotografare, scrivere. Così altri avrebbero letto e visto. “Houses for the accommodation of the workmen had been rapidly springing up, together with the vast edifices for the various magazines and offices. The canal, more than a mile and a half in length, for conveying water to the air-compressing machines, was constructed, and the little Alpine village had become the centre of life and activity. At Fourneaux, works of a similar character had been put in motion”, questo annotava il “Chamber’s Journal of popular literature science and arts” (pubblicato a Londra e a Edimburgo) il 7 gennaio 1865. Le case dei lavoratori su un fronte e l’altro dello scavo, il canale, le macchine. Il villaggio operaio, il borgo-cantiere dove i piccoli valìt vivevano con le loro famiglie. L’anno seguente fu “The Friend”, giornale religioso e letterario di Philadelphia a occuparsi del traforo del Fréjus. Lunghi articoli descrittivi, tecnici e vagamente “antropologici”. I “workmen” tratteggiati come api operose di un immane alveare. La visione di fratellanza dei quaccheri abolizionisti (antischiavisti) della Pennsylvania. I valìt al Fréjus, grandi e piccoli, erano le api di quell’alveare. Su “Littel’s Living Age” (26 novembre 1870), periodico bostoniano che collettava articoli di altre riviste americane e britanniche, si può scoprire un ampio saggio (già uscito sul “Gentleman’s Magazine”) che si concludeva con queste parole: “Such then is the state and such the history of the great tunnel under the Alps. It is a work altogether exceptional, being the first instance of the perforation of a great mountain axis; the first in which an important tunnel has been attempted exclusively from the two ends without shafts; the first in which the ingenious machinery for boring the rock preparatory to blasting has been carried into effect. It will probably be completed within the time originally contemplated. It has been carried on throughout by Italians; the original selection of the site and the suggestion and perfecting of the machinery by which it has been possible to carry it through in reasonable time, are also Italian. The countrymen of Galileo and of a host of ingenious inventors known to fame, have shown that they are no unworthy descendants of these great men”. Lo stato dell’arte al grande tunnel sotto le Alpi. Si trattava di un'opera del tutto eccezionale, essendo il primo esempio di perforazione di un ampio tratto montuoso, il primo caso in cui era stata tentata un'importante galleria esclusivamente dalle due estremità prive di pozzi, il primo in cui era stato messo in opera l'ingegnoso macchinario per la perforazione della roccia propedeutica alla dinamite. Sarebbe stato completato in tempo utile. L’opera italiana su ambo i fronti, italiana la scelta del sito, italiani il progetto e il perfezionamento dei macchinari innovativi. I connazionali di Galileo e di una schiera di ingegnosi inventori di fama dimostravano di non essere indegni discendenti di quei grandi uomini. I valìt non furono indegni di Galileo e di altri geniali italiani. Nel 1872, il viennese Julius Schanz tradusse la Guida al traforo del Cenisio (Der Montcenis-Tunnel, seine Erbauung und seine Umgebungen) che Andrea Covino aveva pubblicato l’anno precedente. I valìt erano anche lì. E c’erano anche nel volumetto The Mont Cenis Tunnel its construction and probable consequences (Londra, 1873). Nella prefazione, l’anonimo autore scriveva: “Although a year, or a few weeks more than a year, may have elapsed since a railway carriage first passed through the Mont Cenis Tunnel, it can scarcely be supposed that the interest regarding it has died away. It was said by a great writer, "Peace has its victories no less renowned than war", and certainly there have been few greater triumphs of science in these days than the tunnelling of the Alps”. Il grande scrittore citato era John Milton, che aveva affermato che “La pace ha le sue vittorie, non meno celebri di quelle della guerra” (To the Lord General Cromwell, maggio 1652). Era passato più di un anno dal primo viaggio effettivo sotto il Fréjus, ma certamente pochi trionfi della scienza in quei giorni erano percepiti come più imponenti dello scavo delle Alpi. D’altro canto, “the series of rocks which the workmen would have to encounter in making this Alpine tunnel, were such as to make these workmen remark «For philosophers the mountains are transparent»". Le rocce che gli operai avevano dovuto incontrare nella realizzazione del tunnel alpino erano tali da far confermare a quegli operai un’antica massima: "Per i filosofi le montagne sono trasparenti". I valìt erano, a loro modo, dei filosofi. Scavare la pietra per dodici chilometri è un esercizio simbolicamente maieutico, oltre che letteralmente estrattivo. La fatica della vittoria sul Fréjus, nel Fréjus, è stata anche fatica letteraria per chi cercò di esaltare quell’epopea. Il poeta spagnolo José Galiano Alcantarà compose 288 versi (pubblicati il 19 settembre 1871, due giorni dopo l’inaugurazione del tunnel, sulla “Revista de España”) per celebrare il "Mont Cenis". Gli uomini che fecero l’impresa erano “del amor y el saber nuevos cruzados, Llevan por arma la piqueta dura”, cioè d’amore e di conoscenza nuovi crociati, che portavano il duro piccone come arma. Ma i valìt potevano contare su un’alleata formidabile, “que las fuerzas del brazo centuplica Y da el vigor de un Hércules al hombre donde su mano vigorosa aplica”: la polvere da sparo. Le cariche che esplodevano erano i battiti di “un corazon que enamorado late”, ogni colpo “resonante como el trueno”. Un tuono ripetuto ogni giorno per quattordici anni. E poi, “se abre el túnel al fin como una entraña de hierro y de granito, arteria colosal de la montaña, que da vida al inerte monolito”. Il tunnel finalmente si apre come un viscere di ferro e di granito, colossale arteria di montagna che dà vita al monolite inerte. Quel sangue simbolico pompato dentro la pietra come aria compressa. “Y sesenta cadáveres cayeron En esta noble y sin igual batalla”. Anche i valìt, anche i piccoli valìt furono tra coloro che caddero in quella battaglia senza uguali. “Honor á la memoria de esos hombres, y de los Alpes la nevada losa sea el digno epitafio de sus nombres y urna donde su polvo en paz reposa”. Onore alla memoria di quegli uomini, e delle Alpi la coltre nevosa sia il degno epitaffio dei loro nomi e un'urna dove le loro ceneri riposino in pace. “La Verdad trazará nuestro camino, el Amor nos hará justos y humanos, la Paz completará nuestro destino, la Ciencia nos hará libres y hermanos”. Pensavano questo i valìt al Fréjus? Che la Verità traccerà il nostro cammino, che l'amore ci renderà giusti e umani, che la pace completerà il nostro destino, che la scienza ci renderà liberi e fratelli?

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