Sono tornati: vecchie storie di lupi nella Bürsch [Eco di Biella, 9 dicembre 2025]

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Data cronica
9 dicembre 2025
Un bell’esemplare di lupo.
Un bell’esemplare di lupo.

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Sono tornati: vecchie storie di lupi nella Bürsch

 

Gli avvistamenti recenti in Alta Valle Cervo e le antiche memorie

 

Una “inedita” battuta di caccia dell’aprile 1803

 

Orme di lupo negli scritti di vari studiosi locali: Marucchi, Sella, Valz Blin

 

Le immagini che girano sui social nelle ultime settimane e negli ultimi giorni attestano il ritorno del lupo nel Biellese con una presenza che va oltre il piccolo branco isolato in Valsessera. Quel che appare chiaro è che non stiamo assistendo a un'invasione, perché i numeri sono ancora esigui, ma a un ripopolamento significativo. Gli esemplari che scorrazzano sulla provinciale tra Rosazza e Piedicavallo non così intimiditi dall'auto che li seguiva discretamente evocano tempo diversi e lontani. Quando i lupi erano, con gli orsi e più a lungo degli orsi, i veri padroni delle selve e delle vallate meno antropizzate. Quelle epoche sono ormai remote e, al netto di imponderabili sviluppi, non più riproponibili. Dal Medioevo all'Ottocento, i lupi sono costantemente diminuiti in ragione delle progressive espansioni degli spazi umanizzati e delle battute di caccia di cui sono stati oggetto, ma la loro presenza si è fatta sentire e vedere fino a un secolo fa, dimostrando in quei magnifici animali una notevole resilienza, anche di fronte alla gratuita crudeltà degli uomini. Gli scritti di Sergio Marucchi sul lupo biellese pubblicati sulla "Rivista Biellese", quello di Giovanni Vachino e Gabriella Pantò sulle "luere" (Bollettino DocBi 1994) e le notizie reperibili in altre fonti edite offrono una panoramica storica efficace e interessante. Aggiungo in questa pagina una testimonianza (probabilmente) inedita che racconta del lupo nella Bürsch in un momento di particolare attenzione da parte dei nostri avi, ovvero il primissimo Ottocento.
Durante la dominazione francese napoleonica il problema dei lupi fu affrontato con un certo zelo e, verosimilmente, le condizioni erano tali per cui quell'approccio si rendeva strettamente necessario, considerando che l'organizzazione delle cacce sistematiche non doveva essere affatto semplice. Tutto ciò si evince da un documento ritrovato nell'Archivio del Comune di Campiglia Cervo, datato 25 Germi(na)le Anno XI, cioè venerdì 15 aprile 1803. La data rivela un certo anticipo rispetto alle grandi battute indette dal Sotto-Prefetto di Biella a partire dal 1807 (altre furono lanciate nel 1808, nel 1810 e nel 1811 ancora in Alta Valle Cervo). Il “maire” del Comune di Campiglia Cervo (entità amministrativa che, in quel periodo, aveva ripristinato l'unità territoriale con Quittengo e San Paolo Cervo) era l'impresario e misuratore Vittorio Amedeo Mosca. Il sindaco di quella "unione di comuni" compilò un articolato manifesto dal quale si può desumere una vivida descrizione della situazione.
Una quantità di lupi, che già da qualche tempo si è fatta vedere quà e là nel Distretto di questa Valle portandosi di notte tempo nei caseggiati medesimi, e di giorno infestando, ed uccidendo il minuto bestiame senza la menoma soggezione dei guardiani, che sono costretti di abbandonarlo al destino per non pericolare”. Si erano verificati attacchi portati da branchi di non pochi individui, a Montesinaro e a Rialmosso, ma anche altrove. Tutta l’Alta Valle Cervo era minacciata. Occorreva evitare una crescita incontrollata di quelle bestie fameliche, “dei mali, che, moltiplicandosi simile razza colla propagazione prossima agli abitanti non potrebbero a’ meno di venire funesti”. La Sotto-Prefettura del Circondario di Biella (il 26 Germinal, il Sotto-Prefetto di Biella, il savoiardo Pierre Bavouz approvò ufficialmente) si era espressa favorevolmente e quindi si era “concertata cogli Amministratori della Comune di Piedicavallo una caccia generale da’ cominciarsi il prossimo martedì”. Il 29 Germile, come a dire martedì 19 aprile 1803. Il lunedì sera, un incaricato del Comune di Campiglia avrebbe dato disposizioni per i raduni cui erano chiamati tutti i valìt “abili e disposti”. Alle ore otto di mattina tutti pronti, “muniti di viveri, arme, e munizioni avendone, ed in diffetto di bastoni, forchini, e simili”. Si prevedeva un’operazione in grande stile, lunga per durata e per ampiezza di territorio. Se fosse stato il caso, i cacciatori avrebbero agito per più giorni “quando le circostanze lo esiggano”. Non ci si poteva risparmiare: era in gioco la sicurezza della comunità. Tutti uniti, per farsi coraggio, per “snidare, inseguire ed estirpare li lupi che infestano questo Distretto”. L’iniziativa del “maire” Mosca sembrava destinata a coinvolgere i maschi anche solo vagamente armati e dotati di un minimo di coraggio, ma non tutti i suoi compaesani erano allineati col sindaco. Ci voleva una spinta motivazionale. “Sono persuaso che tutti si faranno gloria di concorrere per l’estirpazione di dette bestie perniciose”, ma se ci fossero stati dei renitenti… Se gli amministratori comunali avessero scoperto che qualcuno degli “abili e disposti” si fosse sottratto al suo dovere, avrebbe dovuto pagare un’ammenda “di franchi due per cadun giorno” di servizio effettivo. Il denaro così eventualmente raccolto, “purgate le spese necessarie per la provvista delle opportune munizioni, che verranno distribuite a’ quelli che ne sono privi, ed incapaci a’ provvedersele del proprio”, sarebbe stato ripartito tra i partecipanti alla battuta. Non è noto come andarono le cose. Non si sa se e quanti lupi furono abbattuti. Meno di dieci anni dopo, come detto, fu organizzata un’ulteriore grande caccia, il che implica una nuova sovrabbondanza di lupi. Forse, quello della primavera del 1803 non fu uno sterminio totale, malgrado le intenzioni radicali del “maire”.
Un altro documento allegato al manifesto di cui sopra rivela ancora un paio di elementi curiosi. La battuta della metà di aprile 1803 non era stata pianificata con largo anticipo. Sul foglietto unito all’avviso per l’inizio della caccia si legge questa nota: “17 aprile 1803. Memoria polvere ricevuta da Giovanni Rosazza Cilin libre venti nel sacco, piombo libre diciotto oncie sei, n° 4 donzene pietre da fucile”. La polvere acquistata arrivava a pesare quasi venti libbre, ovvero 9 chilogrammi. Un rapido calcolo approssimativo indica che per sparare un colpo di fucile ci vogliono 0,04 libbre, perciò con tutta quella polvere si potevano caricare e tirare 500 colpi. I documenti non consentono di conoscere il numero dei cacciatori di lupi impegnati, e considerando che una parte di loro doveva essere equipaggiata in proprio, l’idea è quella di una “muta” di almeno una cinquantina di uomini. Anche perché il terreno da coprire era esteso quanto impervio. Un numero inferiore di fucili sarebbe stato inutile. Giovanni Rosazza Cilin mise in conto, oltre alle pietre focaie (che lui chiamò in dialetto “aschalie”, cioè scaglie), anche il suo lavoro preparatorio (“vachato”) e quello di una non meglio identificata “donna”. In tutto cinquantaquattro lire. Che rappresentavano solo la metà dell’importo complessivo. Cento e otto lire per dare la caccia ai lupi. Un investimento non indifferente, tenuto conto del momento storico specifico. Eppure, la minaccia doveva essere più che seria, tanto da motivare un così consistente sforzo economico. Tuttavia, stando ai dati raccolti da Sergio Marucchi, su 108 vittime attribuite al lupo registrate nel Biellese tra il 1572 e il 1817, nessuna risulta in Valle Cervo. I lupi antropofagi colpirono con maggior frequenza sulla Serra e in Valle Elvo, da Graglia a Salussola, o sulle colline tra Cossato e Masserano. Quelli della Masserano. Quelli della Bürsch si limitarono ad azzannare il “minuto bestiame” e non gli esseri umani. Scriveva Remo Valz Blin nelle sue Memorie sull’Alta Valle d’Andorno (1959): “in varie località della Valle del Cervo (Musin, Campello, Vaitt, sul costone di Oriomosso al Bonom), esistono ancora le vestigia di grandi buche dette «luvere», destinate appunto come trappole per cogliere i lupi”. Forse, in fin dei conti, bastarono quelle trappole ingegnose per evitare guai peggiori. Massimo Sella nel suo La Bürsch (1964) dedica ai lupi un capitolo. Rievoca in quelle pagine la “invasione lupesca” del primissimo Ottocento e una battuta di caccia congiunta tra Campiglia e Piedicavallo nel 1813. Afferma di averne trovata traccia nell’archivio del primo comune. Forse si tratta dello stesso documento di cui sopra, ma datato erroneamente, chissà. La memoria del lupo è rimasta a lungo in Alta Valle Cervo: “i nostri bisnonni avevano ancora a che fare con i lupi”, aggiungeva Massimo Sella, "e anche ai nostri nonni poteva ancora accadere d’incontrarne sulle montagne della Valle”. Quando si parla di lupi, alla fine, resta sempre una domanda. Questa è la fine, questa è la domanda: la convivenza è possibile? Lo scopriremo presto.