La Bürsch, genius loci senza tempo. Forse… [Eco di Biella, 19 gennaio 2026]

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19 gennaio 2026
La cartellonistica stradale accoglie nella Bürsch a partire da Bogna.
La cartellonistica stradale accoglie nella Bürsch a partire da Bogna.

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La Bürsch, genius loci senza tempo. Forse…

 

Che cosa significa davvero la parola Bürsch?

 

Massimo Sella: non solo un libro, ma un atto di nascita

 

I valìt, fino a ieri l’altro, ne parlano, ma non ne scrivono


Bürsch è una parola senza tempo. Questo non significa che sia antica. Bürsch è un luogo. Uno e uno soltanto. Oppure no. Forse è solo una cornice di folklore e di valore nella quale, ognuno, può adattare il quadro che vuole. Dipingere e dipingersi dentro, nell’incanto del paesaggio ancora vero, ma abbastanza domestico e attrattivo anche oltre l’overtourism estivo. Nella suggestione del vivere in una comunità che, nel bene e nel male, trova posto nei documentari, nei romanzi e nei blog, tra archetipi e stereotipi. Nella tentazione di farne logo o marchio restringendone, tra ottime idee e iniziative di gusto discutibile, pur senza abuso, l’uso civico. Si ha sempre (di più) bisogno di un posto così, dove rifugiare il corpo e lo spirito. Ma di che cosa si tratta? Qualche verace valèt avrà già alzato il sopracciglio considerando che, chi scrive, non è indigeno. Giusto. Ma il sottoscritto, senza osare paragoni tanto improponibili quanto inopportuni, non è il solo. Anzi, potrebbe darsi che, per vedere bene o meglio la Bürsch, sia più efficace una certa distanza, emotiva e fisica. Massimo Sella, che la Bürsch l’aveva sposata (prima per tramite della moglie Edvige Magnani, autentica valètta, poi, da vedovo, in seconde nozze come effimera e non sempre consolante compensazione per la sua perdita), ne ha dato la definizione glottologica e semantica più felice. Ci si può spingere oltre: il libro La Bürsch, meraviglioso pastiche editoriale più che autoriale di un’anima eletta, ha de facto inventato (nell’accezione latina del termine) la Bürsch. Ne ha abbozzato le fattezze antropologiche, culturali, poetiche e simboliche come un talentuoso picapere nella sienite. Ma lui non era un valèt. Eppure coglieva del sito la valenza sia di “home” (casa/patria), sia di tana in cui occultarsi al mondo. Dalla pubblicazione (postuma) del volume nel 1964, infatti, viene una specie di consapevolezza ingenua e nobile, quella delle donne in gipun, delle cartoline illustrate a tinte forti, del territorio che si specchia nelle limpide acque del Cervo sotto il ponte Concresio e si (ri)conosce in un’identità inedita. Sì, perché fino ad allora la Bürsch non esisteva o, se esisteva, non aveva ancora dato notizia storica di sé. Nell’altro pilastro della saggezza valligiana, quello di Remo Valz Blin (1959), la parola Bürsch non compare mai. Non a caso. Quello delle Memorie sull’Alta Valle d’Andorno non è una monografia, è un cantiere, e nei cantieri l’impalpabile non serve. Servono cantoni ben squadrati. Infatti, quel manufatto di innumeri nozioni dell’erudito rosazzese si regge tuttora egregiamente in piedi, insuperato per altezza ed ampiezza. Mario Rosazza Bertina non ne parla. Giuseppe Maria Pugno (altro non autoctono accreditato) neppure. Federico Rosazza e Giuseppe Maffei non avrebbero potuto incidere la Bürsch su qualche masso erratico e consegnarla alla Storia? E allora? Allora la Bürsch non è punto, linea, superficie o spazio chiuso. Non è un toponimo. Nei catasti antichi non c’è. Nei documenti antichi non c’è. Non c’è notaio, prete o sindaco che abbia scritto Bürsch su un pezzo di carta prima degli Anni ’60 del Novecento. Tradizione orale quindi? Forse, ma quanto remota? Vien da dire, non poi così tanto. Ma al di là della mera cronologia, è l’etimo a restare incerto. Massimo Sella, da quale sorgente attinse? Dalla voce dei valìt, non da scritti di qualsivoglia natura. Il che non inficia alcunché. Ma neppure certifica alcunché. Attenta e circostanziata è l’analisi del prof. Ernst Hirsch apparsa sulla rivista “Orbis. Bulletin international de documentation linguistique”, del 1966. Nel suo saggio, dal titolo Walser im Hochtale des Cervo (Walser nell’alta valle del Cervo) lo studioso affermava che Bürsch poteva derivare da “Burs” e/o da “Beurs”, che significavano agglomerati di case o piccoli villaggi con una chiesetta, il che ben corrisponde alle borgate dell’Alta Valle Cervo. Ma il prof. Hirsch segnalava che, per quanto l’origine della parola fosse sicuramente walser, anche nelle valli abitate da quella popolazione (in primis quella del Lys) era ormai del tutto dimenticata. E non si può omettere la presenza di “topoi” similari in altre parti del Biellese, specialmente nella loro trasposizione dialettale. Dalla Burcina (Bürschin-a) alla frazione Burzani di Selve Marcone, a Camburzano (dove, peraltro, esisteva un circolo ricreativo denominato “La Bürscia”), per non escludere a priori una flebile “assonanza” con la radice celtico-germanica di Bugella, cioè Biella. In sintesi: la Bürsch pare non essere cosa unica né univoca. La prima attestazione scritta sembra essere quella sul bisettimanale “L’Eco dell’Industria – Gazzetta Biellese” del 15 agosto 1875 in cui è riportato il termine “Bïrscia” (forse con un errore di trascrizione o un refuso tipografico della prima vocale). La versione “Bürscia” è poi utilizzata da Lorenzo Feraud nel suo romanzo Da Biella a S. Francisco di California ossia storia di tre valligiani andornini in America (1882): “Uno è solidario dell'altro e la parola Bùrscia, barbaro vocabolo che lor viene, se non erro, corrotto dal tedesco in cui vuol dir borsa, significa per i Valit e la Valle andornina e la reciproca loro solidarietà”. Basta questo per rendere meno sicura la traduzione del professor Hirsch? Quella “borsa” collettiva, dunque, è un riferimento al mutuo soccorso tra lavoratori e migranti? Bürsch come cooperazione derivata dall’avere una casa e una patria in comune? E se fosse la parola stessa un frutto dell’attitudine migratoria dei valìt? Se fosse stata importata, nemmeno troppo tempo fa, da chissà dove, come la massoneria? Se questa ipotesi ha un minimo di senso, allora perché non cogliere una ben più credibile assonanza con la Bürschenschaft tedesca (studiata, nella sua manifestazione universitaria, da Giuseppe Venanzio Sella nel 1870), che designava gruppi giovanili studenteschi, come confraternite o corporazioni. L’ambito del significato parrebbe essere quello della comunanza. La Bürsch come qualcosa di comunitario, condiviso, partecipato che ha per limiti le cime dei monti e, a valle, un confine amministrativo che, in quanto tale, risulta arbitrario. La Bürsch si sfrangia al fondovalle e si ripresenta in più d’un altrove. Dopo quel Bïrscia” del 1875, anche i giornali tacciono fino a dopo la metà degli anni Trenta, quando nelle mostre d’artigianato di stampo fascista, la Bürsch timidamente ricompare, ma senza enfasi. D’altronde un vocabolo del genere non poteva avere cittadinanza nel delirio italofilo dell’epoca. Nella primavera del 1964 la Bürsch diventa La Bürsch, cioè un “gruppo di ragazze del luogo che vive una intensa vita. Le ragazze vestono in costume; il tipico costume della valle, quello portato con severa eleganza dalle loro nonne e bisnonne, e si lanciano quando si presta la occasione in tradizionali danze accompagnale da canti” (da “il Biellese”, 27 marzo 1964). Folklore imbastito alla buona all’ombra del campanile di Campiglia Cervo. Due lustri più tardi, cessato in un paio d’anni quell’esordio pionieristico delle “valette an ĝipoun” (o gipoun o gipun, la grafia è instabile), la Bürsch assume una connotazione territoriale nella Comunità Montana dell’Alta Valle del Cervo di Nello Casale. E ora, a distanza di mezzo secolo, che cos’è rimasto di quel sentire, di quell’esistere valligiano? A dire il vero, la Bürsch non è mai stata consapevole di se stessa quanto i suoi più recenti cantori vorrebbero. L’evoluzione demografica ha giocato e gioca contro. Il mondo pure, con la sua velocità, i suoi clic e i suoi like. In realtà non si sa granché della Bürsch, come del suo nome. Forse, da Bogna in su, non vale il principio per cui “nomina sunt consequentia rerum”, forse si è sempre e comunque fuori strada, forse non c’è neppure una strada, ma solo un sentiero che taglia il pendio e si perde tra i faggi. Forse il termine Bürsch è più forestiero di quanto si possa pensare. D’altro canto, alpe è lemma indoeuropeo, come il nucleo di Sarv, e baita è arabo. Forse, il fulcro dell’appartenenza, Bürsch, non appartiene affatto solo e soltanto all’alta vallata del Cervo. Tutta questa indeterminatezza, in parte, rassicura. Se non si può definire, non si può imbrigliare. Bürsch come büra. Se fosse, come è, di tutti, allora è anche di nessuno. È un genius loci che non si lascia imbottigliare in una lampada da strofinare per farne uscire un podcast. E per fortuna. Così questo “non luogo” può ambire a rimanere tale per non tramutarsi in location.

Note

Il saggio è stato trasmesso al Centro di Documentazione dell'Alta Valle del Cervo - La Bürsch il giorno di Natale del 2025.