Ai Giovi: i valìt e il tunnel più lungo del mondo [Eco di Biella, 4 maggio 2026]

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4 maggio 2026
L’imbocco sud della galleria dei Giovi, dove furono operativi i valìt indicati nel bollettario dei mandati.
L’imbocco sud della galleria dei Giovi, dove furono operativi i valìt indicati nel bollettario dei mandati.

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Ai Giovi: i valìt e il tunnel più lungo del mondo

 

L’appaltatore Pietro Antonio Piatti da Quittengo e la causa Defferrari

 

Un bollettario conservato a Piedicavallo tramanda la storia della galleria

 

Scalpellini dell’Alta Valle Cervo e la stalliera Caterina Janutolo Polet
 

Il tunnel dei Giovi. Oggi pochi sanno di che cosa si tratta. Molti lo percorrono sul treno e nemmeno sanno di farlo. È solo una dei tanti tunnel di una linea ormai secondaria, quella che unisce Torino a Genova. Eppure, i più di tre chilometri di quel traforo appenninico rappresentano storicamente un’eccellenza italiana. Il primo convoglio passò il 18 dicembre 1853. All'epoca della costruzione la galleria di valico dei Giovi era il tunnel ferroviario più lungo del mondo. Col rischio di cadere nel campanilismo, vien da dire che, date le informazioni di cui sopra, è abbastanza ovvio che a mettere la firma in calce a quell’impresa ci fossero dei biellesi e, per la precisione, dei valìt. Ma non è colpa dei discendenti (cioè noi) se gli avi furono di cotanta abilità e forza. E rosichi pure chi, da fuori, dovesse leggere queste righe. Questi sono i fatti, se ne facciano una ragione in barba all’esercizio sciovinistico. Appaltatore generale dei lavori di costruzione della galleria fu Pietro Antonio Piatti da Quittengo. Classe 1804, morì il 12 settembre 1863. È sepolto a Torino, nel cimitero monumentale. La sua lapide recita “La consorte ed i figli inconsolabili implorandogli da Dio la pace dei giusti…”. I figli erano Alarico e Achille, il primo grande impresario, e la vedova Anna Biglia, non era una valètta qualsiasi, ammesso che ce ne siano. Di lui si parlò rapidamente in questa rubrica il 5 agosto 2024 e qualche notizia sul suo conto naturalmente si trova tra le pagine di Remo Valz Blin. Le intraprese di Pietro Antonio Piatti (stando al citato Valz Blin, “fu anche impresario a Vienna per opere sul Danubio e a Racconigi per la Casa Reale”) gli permisero di edificare il “castello” di Roreto, che non ha bisogno di ulteriori descrizioni. Il cantiere dei Giovi durò otto anni, a partire dal 1845, con tutte le difficoltà del caso, non ultima la guerra del 1848-49. Ci furono anche questioni legali dovute a una causa intentata da tale Antonio Defferrari che era entrato a fare parte della compagine operativa come fornitore di operai e cavalli come mezzi di trasporto. La vertenza riguardava una gerarchia di subappaltatori che, proprio in via gerarchica, si rifiutavano di pagare il Defferrari. Alla fine l’appello del suddetto aveva avuto esito positivo e toccò al Piatti e al suo garante finanziario, ossia Domenico Oneto, sborsare il dovuto. La sentenza del competente tribunale genovese del 14 aprile 1852 non aveva lasciato margine a ulteriori strascichi e, probabilmente, era giusto così. Ma malgrado ci sia parecchio da aggiungere su Pietro Antonio Piatti, non è di lui che si intende trattare. Si intende trattare, invece, del cantiere in sé e, più ancora, del ruolo giocato da altri vallecervini colà impegnati. La loro presenza laggiù è attestata da una preziosa testimonianza tuttora in possesso di un privato piedicavallese. Un documento contabile relativo al periodo 12 giugno 1853 – 10 gennaio 1854. Nello specifico, un bollettario a matrici/figlie per mandati di pagamento emessi dal segretario della “Impresa della Galleria dei Giovi” a favore di fornitori e prestatori d’opera assidui o occasionali. Figlia alla mano, gli aventi diritto si sarebbero recati dal cassiere per riscuotere quanto a loro spettava. Le matrici riportano le causali dei pagamenti e, grazie a tali informazioni, è possibile ricostruire con una certa precisione la vita quotidiana di una parte del grande cantiere. In particolare le scritture fanno riferimento all’imbocco meridionale del tunnel, cioè verso Genova. Il traforo era già stato ultimato e il lavoro si concentrava sulle impegnative opere di rifinitura dell’entrata/uscita del condotto a sei mesi dal viaggio inaugurale. Va subito segnalato che il posto da segretario dell’impresa era occupato dapprima da Battista Peraldo e poi da Pietro Janutolo Gros. Il cassiere, invece, era Carlo Ion Scotta. Tre piedicavallesi doc di cui l’impresario doveva fidarsi ciecamente. La contabilità riguardava l’apporto di materiali da costruzione in ingenti quantità. Sabbia, pietrisco, mattoni (da Busalla) ma, soprattutto, pietra da taglio per le “copertine” e per la facciata della galleria. Queste ultime, in particolare, provenivano da una cava situata a Cogoleto. La cittadina appena a ovest di Genova era nota per la sua produzione di calce. Il toponimo Cogoleto, infatti si pensa che derivi da ''coquere lithos'', ovvero cuocere pietre (calcaree), ma con tutta evidenza esisteva anche un giacimento di pietre di un certo pregio (forse il serpentino utilizzato anche nella costruzione del porto di Genova). Le altre cave interessate furono quelle di Aquasanta, Biasino (?) e Baiarda presso Voltri, quella di Tana Orso (forse la più sfruttata), sempre in territorio di Genova, quella di Val Varenna tra Pegli e Multedo, quella del Porale (Ronco Scrivia), quella di Sarissola (verso Busalla) e quella del rio Montanesi presso Mignanego. Oltre alle pietre in sé, anche il loro trasporto andava pagato. Il taglio delle pietre avveniva in parte già nelle cave di partenza, in parte sul cantiere della galleria. Per la “raffinatura” (pulitura e aggiustatura del taglio delle “copertina”) erano ingaggiati, uniti in un’unica ditta, Giovanni Janutolo, Alessandro Rosazza e vari soci, in qualità di mastri scalpellini, mentre Lorenzo Mosca e Giovanni Battista Rosazza Pela, tra loro sodali, lavoravano alla posa presso il muro ovest dell'imbocco sud. Altro valèt documentato è Giovanni Cucco, muratore a cottimo all’interno del tunnel. Tutti loro non erano assunti direttamente dall’impresa, bensì da subappaltatori locali che costituivano quella struttura di ragioni sociali intermedie tra l’appaltatore e i lavoratori. Un sistema economico e finanziario basato anche su una valuta nota come “lira abusiva genovese” che, a rigor di logica e di norma, doveva non più esistere da tempo ma che, al contrario, aveva corso effettivo con un valore nominale di 0,80 lire. Quel “conio” era ancora largamente in uso e a tutti conveniva così. Ricevettero le giuste mercedi anche i “bovieri”, cioè coloro che guidavano i buoi, ovvero gli animali da tiro privilegiati alla galleria dei Giovi. Quegli animali andavano nutriti, quindi ecco fieno (misurato in “cantara” e “rotoli”), erba e carrube, anche per i cavalli. E bovini ed equini dovevano essere ferrati di continuo. Un ambiente del tutto maschile, o quasi. Alcune donne sono menzionate nel bollettario ed erano le mogli di alcuni fornitori di fieno. E Lucia Gagna, che era la serva. Non è chiaro chi o cosa servisse, ma va detto che l’“Impresa della Galleria dei Giovi” affittava, non troppo discosta dall’area di attività, una casa di un certo Matteo Risso per duecento lire l'anno. Difficile che tutti gli operai alloggiassero in quello stabile. Più probabilmente c’erano baracche o tende piazzate alla bell’e meglio. Nella casa abitavano solo i tecnici e gli impiegati. Forse la Lucia era lì per loro. Infine, Caterina Janutolo Polet, la stalliera, anzi la responsabile del servizio di stallaggio. Ancora gente di Piedicavallo. Quando dei buoi non si occupava lei era perché erano distanti dal traforo. In effetti, c’è almeno un mandato di pagamento a favore di un pastore dei dintorni al quale fu pagata la "pastura dei buoi sulla montagna detta la Carosina nella scorsa estate". Altre spese? Certo. La manutenzione della strada tra Borgo Fornari e la cava di Tana Orso e quella del canale artificiale condotto accanto alla galleria a servizio del cantiere. Altri valìt? Certo. Eusebio Peraldo era il cantiniere e magazziniere. Teneva in ordine le derrate e, soprattutto, somministrava “cibaria” alle maestranze fin dal 1847. Verso la fine del lavoro passò le consegne al figlio Pietro. La cantina era rifornita di vino da Angelo Parodi, già dal 1852. Un omonimo del celebre venditore di tonno? Oppure proprio lui, da giovane, prima di dedicarsi al commercio di pesce in scatola? Dettagli. Tutto passa sullo sfondo. Roberto Livraghi, nei suoi Appunti sulla storia della linea ferroviaria Torino-Genova (1845-1853) scrive che “la galleria dei Giovi costituisce un prodigio di tecnologia per l’epoca: con i suoi 3.254 metri di lunghezza è in quegli anni la più lunga d’Europa e rimane ancora oggi la più lunga al mondo tra quelle scavate interamente a mano. Le caratteristiche della roccia in cui viene scavata richiesero il ricorso a trenta milioni di mattoni per il rivestimento”. Ad attendere il primo treno a Genova c’era un altro valèt, cioè l’ing. Alessandro Mazzucchetti da San Paolo Cervo, progettista della stazione Piazza Principe.

Note

Il saggio è stato trasmesso al Centro di Documentazione dell'Alta Valle del Cervo - La Bürsch il giorno di Natale del 2025.

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