Caterina in cerca di giustizia trova solo la legge nel 1656 [Eco di Biella, 11 maggio 2026]

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11 maggio 2026
Il manifesto dei “sindicatori” della Comunità di Andorno del 25 giugno 1656.
Il manifesto dei “sindicatori” della Comunità di Andorno del 25 giugno 1656.

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Caterina in cerca di giustizia trova solo la legge nel 1656

 

Chi ha ucciso Pietro Antonio Morchio il 9 maggio 1656?

 

Il giudice di Andorno, Giovanni Stefano di Gibelli, fece il suo dovere?

 

La coraggiosa vedova sola contro il mondo degli azzeccagarbugli

 

Andorno 1656. Una storia tragica ne innesca una di malagiustizia nella Valle Cervo barocca. Un piccolo fascicolo d'archivio conservato a Campiglia Cervo tramanda una vicenda che ha per protagonista una donna risoluta alla ricerca della giustizia. Ma Caterina, così si chiamava, trovò soltanto la legge. Una legge di prepotenti e di misogini more manzoniano? Sembra proprio di sì. Per quanto l'assenza della documentazione completa non consenta di esprimere un giudizio storico compiuto ed equilibrato. Rimane quindi il dubbio che si applica in questi contesti, ma l’empatia va tutta a lei. Ed ecco i fatti per come si possono ricavare dalle carte. Giovanni Stefano Gibelli da Rivoli, “dottor d’ambe legi, asesore di giustizia, Vice Auditore generale di guerra, et giudice ordinario del presente luogo d’Andorno e Valle per S. A. R.”, aveva concluso il suo incarico di giudice ovvero di podestà nel Marchesato d'Andorno il giorno 23 giugno 1656. Tale incarico era durato giusto un anno (era iniziato “giorni quindici doppo la festa di Santo Gio. Batta 1655”). A quel punto si trattava di verificare il suo "sindicato", cioè la condotta da lui tenuta durante il mandato. Secondo la normativa allora vigente, il chiavaro e i consoli di Andorno e Valle (nelle persone di Giovanni Oregia, Giovanni Pietro Canova, Bartolomeo Ramasco e Giovannino Gaia) assumevano il ruolo di "sindicatori" e chiedevano pubblicamente se ci fosse qualcuno che avesse ragione di lamentarsi dell'operato del magistrato. Fu mandato il messo giurato Pietro Sella il 27 giugno a gridare quanto previsto “ad alta et intelligibil voce”. Si levò allora un’altra voce, non così stentorea come quella di un banditore ma coraggiosa e forte, quella di Caterina, vedova di messer Pietro Antonio Morchio di Andorno. La donna, senza mezze parole, fece mettere per iscritto che il giudice Gibelli non aveva fatto il suo dovere nell'occasione dell'assassinio di suo marito. Pietro Antonio Morchio era stato ucciso nella notte del 9 febbraio 1656 a Callabiana e la vedova sapeva nomi e cognomi degli assassini. Erano trascorsi più di quattro mesi dal delitto e Caterina, assistita da un suo figlio maggiore d'età, aveva più volte sollecitato la competente autorità giudiziaria a intervenire, ma non c'era stato verso. Stando alla donna, i tre assassini erano Antonio Canova, Carlo fu Pietro Gibel Grande “suo cugniato” e soprattutto Andrea Gibello. Qualcuno tra voi lettori potrebbe aver già capito da dove nascevano le "stranezze" del caso. L’omonimia… Uno degli accusati infatti, ossia Andrea Gibelli (o Gibello), era zio del giudice. Caterina affermò senza mezzi termini che l'amicizia e la parentela avevano alterato, anzi deviato il corso della giustizia. I tre malfattori erano stati visti più volte conferire col giudice per coprire il grave reato e/o organizzare la fuga dei rei. Sempre facendo riferimento alla testimonianza di Caterina si evidenzia come, a detta sua, fosse notoria la situazione, ossia la colpevolezza dei tre camandonesi. In verità, almeno inizialmente, sembrava che ci fosse anche un quarto uomo, tale Giacomo Forno Trabbia, anche lui di Camandona e a cognato di Andrea Gibello, ma una nota in calce alla petizione lo scagionava (nota manoscritta dal figlio di Caterina e del defunto in nome e per conto della madre). Tuttavia, il podestà aveva omesso e ritardato il suo agire. Non aveva ascoltato i testimoni (che in parte non si erano presentati, forse per le minacce subite?) e aveva permesso ai due Gibello di darsi alla fuga all'estero, mentre il Canova era andato assolto in primo grado dallo stesso giudice connivente. Tutto questo a cagione dell’ignavia interessata del magistrato e della sua influenza su chi avrebbe dovuto indagare. Lei aveva portato più volte le sue carte al “fiscale” di Andorno, certo Pietro Populo, che però si era guardato bene dal mettersi contro il podestà andando a ficcare il naso dove non avrebbe dovuto. Nessuna visita al cadavere, tanto per cominciare, nessuna verifica circa la “perdita di sangue”, che avrebbe escluso la morte accidentale. Le notizie, infine, che erano arrivate all’avvocato fiscale (una sorta di pubblico ministero) di Biella, l’avvocato Gromo, erano state, al di là di qualche velato sospetto, troppo frammentarie e indiziarie per stimolare la reazione dell’autorità costituita. Lo Stato aveva di meglio da fare che farsi la guerra da solo per un presunto omicidio avvenuto in uno sperduto villaggio. Rebus sic stantibus, lei aveva motivazioni più che serie per opporsi all'approvazione del "syndicatum" dell'ex podestà. Di fronte a tanto ardore, i "syndicatores" non poterono sottrarsi al loro compito e convocarono Giovanni Stefano Gibelli per rispondere alla querela di Caterina Morchio. L'ex podestà si presentò il 5 luglio 1656. Naturalmente accompagnato da un legale, l'avvocato Levera di Andorno, un principe del foro che sapeva il fatto suo. L'atteggiamento del Gibelli fu quello spocchioso e violento di chi poteva usare la legge come un'arma in suo favore. Si trattava di difendere privilegi e reputazione. Che ci fosse di mezzo un morto ammazzato e una vedova non era in alcun modo rilevante. Il diritto vale sempre e soltanto quanto si decide che valga. Non è vero che la legge è uguale per tutti, anche perché qualcuno è più uguale degli altri. Da sempre. Ci piace pensarlo o sperarlo, ma la giustizia non è mai un automatismo. Banalmente perché la pensano e la applicano gli uomini, non una divinità equa e imparziale. Lo insegna anche il caso di Andorno del 1656. Il duo Gibelli/Levera si premurò di fare intendere al chiavaro e ai consoli che la verifica del "syndicatum" stava avvenendo per un’azione contraria messa in atto fuori tempo massimo (il manifesto circa l’opposizione al “sindicato” indicava la scadenza per le “querelle” al 3 luglio, mentre l’accusa di Caterina Morchio era arrivata il giorno seguente). Che il tempo era denaro. E che quel denaro sarebbe stato speso non dal chiamato in causa, ma dalla accusante e dai "syndicatores" stessi se l'avessero tirata per le lunghe. Superfluo fare mettere a verbale che il giudice non aveva colpa alcuna e che riteneva oltraggioso che si desse possibilità di parola a una "persona idiotta qual è la comparente", come dire a una "femmina di nesun credito e fede". Quel processo non s'aveva da fare, né allora né mai. Contro di lui, poi… Lui che era obbligato “di soggiornar a sue spese in Andorno à dar gusto, e sodisfatione alli soi malevoli induttori di tali chimere”. Giovanni Stefano Gibelli, che in merito alla storia del povero Morchio non aveva speso una virgola, si sentita ingiustamente ingiuriato e calunniato. Chiusa l'arringa difensiva dello spazientito ex podestà e del suo avvocato, i quattro andornesi, senza particolare timore di fronte alla sfuriata del magistrato (non doveva essere quello il primo e nemmeno l'ultimo "pezzo grosso" con l'autostima fuori scala convinto di essere al di là o al di sopra del diritto civile e criminale) stabilirono che la questione meritava di essere valutata da un tribunale che non era il loro. Il che era perfettamente in linea con la normativa vigente. Il fatto giuridico rilevante, però, è quello dell'avvio potenziale di un vero processo a carico del giudice Gibelli. Sì, perché i testimoniali dell’accusante e dell’accusato furono tenuti entrambi per buoni e trasmessi a chi di dovere. Se fosse stato dimostrato che il podestà non aveva tenuto una condotta adeguata, allora anche il procedimento relativo alla morte di Pietro Antonio Morchio andava riaperto. Questa era la speranza di Caterina. L'intero incartamento fu quindi recapitato, finalmente, al fiscale Gromo che si espresse in maniera un po' criptica, con un latinorum da leguleio che evocava uno dei padri della giurisprudenza italiana, cioè l’ascolano Amedeo Giustino di Castello. Nel suo trattato De syndicatu officialium del 1462 affermava che il giudice doveva operare per il bene pubblico e che non poteva rifiutarsi di compiere il suo dovere. I testimoni dovevano essere ascoltati quando erano indicati come tali. Se così non fosse stato ci sarebbe stata negligenza grave. A scusare il magistrato ci poteva essere la sua ignoranza sui testimoni medesimi (non sapeva che c’erano). Però era tenuto a cercarli con ogni diligenza possibile. E quindi? Quindi, in quel punto, i documenti finiscono e, come spesso accade, non si può sapere come sia andata a finire la causa intentata da Caterina vedova Morchio. Alla quale, come detto, vanno il tardivo appoggio e tutta l’empatia del caso.

Note

Il saggio è stato trasmesso al Centro di Documentazione dell'Alta Valle del Cervo - La Bürsch il giorno di Natale del 2025.

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