Il grande quadro di San Bernardo dietro l’altare maggiore
- 2025-2026
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- di Danilo Craveia
Comunità Parrocchiale dei Ss. Bernardo e Giuseppe, Bollettino parrocchiale di Campiglia Cervo, 2025-2026Dietro l’altare maggiore della chiesa parrocchiale si vede un po’ nascosto, per quanto di rilevanti dimensioni, un bel quadro raffigurante il santo patrono.
La grande tela necessita di pulizia per tornare allo splendore originario, ma si presenta in più che buono stato di conservazione. In attesa di tale intervento, vale la pena di dare qualche informazione sul dipinto. In effetti si tratta di un’opera d’arte interessante, mai approfonditamente studiata e che attesta l’attività per Campiglia Cervo di un pittore di una certa rilevanza.
Il 15 novembre 1843, durante una riunione dell’Amministrazione parrocchiale, il prevosto don Domenico Cerruti dichiarò “essere indispensabile di surrogare il quadro di S. Bernardo nel coro per essere l’esistente in stato cadente e non suscettibile di riparazione, e per dare un giusto appagamento ai desideri manifestati dalla popolazione”. Gli amministratori avevano a loro volta esaminato il quadro e concordarono col parroco la necessità di intervenire. Così fu data “ampia facoltà al coamministratore Sig. Antonio Mazzuchetti di trattare a Torino con conosciuto pittore la pittura del quadro sudetto, convenire collo scultore la cornice e cimasa, e coll’indoratore la dorura [sic]”.Il “conosciuto pittore” era Leone Mecco. Nato a Crevacuore nel 1815, morirà a Torino nel 1894 dopo aver lasciato una cospicua quantità di dipinti apprezzati. Si era formato all’Accademia Albertina con lusinghieri giudizi da parte dei suoi insegnanti. Tra il 1842 e il 1862 espose alla Società Promotrice di Belle Arti di Torino. Nel 1846 realizzò il quadro d’altare raffigurante la SS. Trinità e santi per la chiesa parrocchiale di Crevacuore. Tra il 1846 e il 1847 fu incaricato dall’architetto Luigi Canina di “eseguire il bozzetto di una pala d’altare raffigurante l’Adorazione dei Magi per il modello ligneo della nuova Basilica di Oropa”. Queste notizie sono tratte dal Dizionario dei pittori biellesi, valsesiani e vercellesi dell’Ottocento e del Novecento curato da Giuseppe Cavatore (2021). Ma nel prezioso volume non è indicato il lavoro di Campiglia Cervo. Un’ultima curiosità sull’autore: dopo il 1862 pare che Leone Mecco si sia “convertito” alla fotografia, dapprima collaborando nello studio della Fotografia Subalpina poi aprendo lo Stabilimento Fotografico Alta Italia.
Nel maggio del 1844 fu versato un primo acconto all’artista. Il 5 settembre fu pagato il saldo. In tutto si spesero 951,25 lire. Lo scultore Luigi Casagrande e l’indoratore Antonio Grandi, secondo quanto riportato da don Delmo Lebole sulla Storia della Chiesa Biellese, si occuparono della cornice.
È verisimile supporre che il quadro (non firmato) sia stato collocato sulla parete absidale della chiesa nell’estate del 1844, o nell’autunno successivo. Fortunatamente la vecchia tela preesistente, sebbene non più apprezzata, non fu eliminata. Al contrario, trovò posto nella sacrestia e sarà oggetto di una prossima ricerca.
Non resta che dare un’occhiata al dipinto. La raffigurazione propone una versione non tipica di San Bernardo da Mentone (ma non la città nella Costa Azzurra, bensì Menthon sul lago di Annecy) o d’Aosta. La più classica è quella che lo ritrae con un diavoletto o diavolone ai suoi piedi, assicurato alla catena, addomesticato e docile come un cane. L’altra, molto meno frequente, è quella di San Bernardo impegnato nell’abbattimento di un idolo, ossia una statua con le fattezze di Giove. San Bernardo aveva evangelizzato i valichi valdostani agendo fisicamente sui simulacri pagani. Il santo viene quindi colto nell’atto di trascinare a terra la scultura simbolizzante la religione dei romani su cui il Cristianesimo si era imposto.
Un esempio locale di questa seconda modalità iconografica si può vedere anche a Montesinaro, in un anonimo dipinto settecentesco di discreta fattura. A dire il vero, sembra che le due pitture dell’Alta Valle Cervo siano se non uniche, molto rare dal punto di vista compositivo.
Quella di Campiglia Cervo è una interpretazione della versione “iconoclasta”. Il quadro del Mecco include quindi San Bernardo nella nutrita schiera dei santi distruttori di idoli pagani. Schiera che comprende, tra gli altri, anche San Benedetto a San Nicola, San Bartolomeo a San Policarpo, Santa Apollonia e San Paolino, San Potito a San Vigilio. I dipinti che riguardano quei santi nell’atto di abbattere le statue pagane ricalcano un modello iconografico molto similare e il Mecco deve essersi ispirato a quelli. Meno credibile che il pittore abbia visto quello di Montesinaro, ma va sottolineato ancora che entrambi i dipinti sono davvero particolari. Uno analogo è conservato a Breia, in Valsesia.
Altri, almeno attraverso il web, non sono noti. In Valsesia, a Rossa, sulla facciata dell’oratorio dedicato a San Bernardo, si vede un affresco ottocentesco che illustra la medesima situazione, ma lì il santo non usa la catena, bensì una lunga mazza (?) con una croce in cima.La scena di Campiglia Cervo (dai convincenti toni drammatici) si svolge dunque al colle del Grand San Bernardo, noto anche come Mont-Joux, cioè “Mons Iovis”, il monte di Giove. Un aitante San Bernardo barbuto, con le vesti da canonico della cattedrale di Aosta e supportato da un giovane chierico alle sue spalle, cinge con una catena la statua di Giove e la fa crollare dal piedistallo. Un gesto semplice (il santo sembra dire, con la mano sinistra, che ci voleva poco…) ma potente, definitivo. Sul basamento dell’idolo si legge l’epigrafe “IMPERATOR CAESAR AUGUSTUS”. Con un colpo solo, San Bernardo aveva distrutto l’icona e la memoria del suo sostenitore. I diavoli, che trovavano ragion d’essere e rifugio attorno e nella statua, scappano disperati e sconfitti. Il santo avesse disintegrato la tana di quelle bestiacce paonazze.
Dal punto di vista concettuale, qui come a Montesinaro, si coglie una singolare commistione: demoni e divinità pagane sono associate, assimilate. Il che non è così banale, anche perché, su due piedi, viene da tenere i due ambiti separati. Un conto è il demonio (identificato dal Cristianesimo), un conto sono gli dei dell’Olimpo, quelli di Omero e di Virgilio. Così, invece, passa il messaggio in po’ generalizzante che siano un tutt’uno.
La catena che in altre rappresentazioni è di fatto un guinzaglio, qui è, invece, uno strumento (santificato dalla presenza della stola che chiude gli anelli metallici) di demolizione. Il fuggi fuggi dei diavoli preclude, in questo caso (come a Montesinaro), l’addomesticamento di uno di loro o, addirittura, del loro capo.
Sullo sfondo il popolo di Dio in cammino, idealizzato da una lunga fila di pellegrini (alcuni portano la conchiglia come emblema) e di viandanti che, grazie all’azione di bonifica di San Bernardo, potevano valicare quel tratto delle Alpi in sicurezza, senza attacchi da parte del Nemico annidato nella statua. Dal cielo, il Padre Eterno, la Madonna e San Giuseppe (esattamente come a Montesinaro) approvano l’operato del santo.
Ecco, queste sono la storia e la descrizione del quadro di Leone Mecco. Osservandolo con più attenzione scopriremo che non è solo interessante, ma anche ben fatto e, se non unico, molto raro.