Illustri genovesi del cimitero di Rosazza [Eco di Biella, 14 settembre 2026]
- 14 settembre 2026
Tipologia
- articolo di giornale
Contenuto
Illustri genovesi del cimitero di Rosazza
Ignoti camogliesi, ricchi mercanti e audaci colonialisti nell’Egeo
Un po’ di Genova del XIV-XV secolo è approdata sul Cervo a Rosazza
Federico Rosazza ha salvato una piccola traccia di storia ligure
Tra gli elementi d’interesse che custodisce il cimitero di Rosazza ci sono senz’altro le quattro lapidi di origine genovese applicate alle pareti del portico di accesso. Ai lati del portale scolpito con la clessidra alata si notano quattro epigrafi che già a prima vista appaiono antiche. Una quinta pietra, didascalica, informa chi arriva alla soglia che gli epitaffi provengono da Genova senza ulteriori indicazioni. Non ho trovato studi specifici su quelle lapidi, né trascrizioni/traduzioni (in caso contrario mi scuso fin d’ora) dal latino inciso con elegante e pittoresca grafia di tempi lontani. Si sa che fu Federico Rosazza a decidere di inserirle nell’“arredo” del nuovo cimitero da lui voluto e progettato da Vittorio Gilardi Magnan (marzo 1874). Le fonti circa quei marmi non sono molto generose e vale la pena di fare, soprattutto, un accenno al contenuto delle iscrizioni. Ne parla, credo per primo, Carlo Dionisotti (1824-1899) nelle sue Illustrazioni storico-corografiche della Regione Subalpina edito nel 1898 dagli editori Roux, Frassati e Compagni in Torino. Descrivendo il cimitero di Rosazza, il giurista e storiografo vercellese Dionisotti, aggiunse in nota “Osservansi con meraviglia all'ingresso del cimitero alcune iscrizioni che stavano in una chiesa distrutta di Genova, dove la famiglia Rosazza si fece ricca nelle imprese. Meglio che trasportarle sarebbe stato offrirle a quel municipio”. In effetti… Però il trasloco fa ormai parte della storia (un processo a Federico Rosazza adesso sarebbe anacronistico e privo di senso) e non è neppure importante, qui, rievocare i nessi tra la dinastia rosazzese e Genova. Quel che importa è, invece, analizzare le lapidi. Secondo Remo Valz Blin e don Delmo Lebole le pietre erano in origine collocate nella chiesa di San Silvestro. E qui sorge un “problema” perché le lapidi medesime (due su quattro, almeno) suggeriscono un’altra versione. Dionisotti afferma che la chiesa originaria era andata distrutta, ma all’epoca dell’uscita delle Illustrazioni, la chiesa di San Silvestro era ancora in piedi. Un testimone del 1875 la definì “cadente per troppa età di secoli”, ma sempre al suo posto. Crollò solo durante l’ultima guerra, sotto le bombe alleate, non prima. Quindi non sembra corretto pensare alle mura di San Silvestro come primitiva collocazione delle epigrafi. Senza contare che la stessa chiesa genovese era stata edificata nel XVII secolo sulle fondamenta di un precedente piccolo tempio sorto nel 1160. Le lapidi, come si vedrà a breve, sono precedenti al rifacimento ed è difficile pensare che siano state staccate dalla chiesa medievale per poi essere riattaccate in quella barocca. In ogni caso, come detto, sono i marmi a indicare un’altra chiesa. Le quattro lapidi si riferiscono a un arco cronologico compreso tra il 1324 e il 1448. Tre di esse hanno subito l’ingiuria della rimozione degli stemmi araldici mediante scalpello. Gesto tipico rivoluzionario di fine Settecento quando i segni della nobiltà, per quanto remota e per quanto a corredo di monumenti funerari conservati nelle chiese, erano spesso e volentieri malamente rimossi. A un esame appena approfondito si coglie il carattere delle iscrizioni e la funzione dei loro rispettivi supporti. Tre su quattro non sono vere e proprie lastre tombali, ovvero non si tratta di coperchi di sepolcri, bensì di “pro memoria” relativi ai defunti menzionati e alle opere di bene a loro connesse. Una sola attesta esplicitamente la presenza di una tomba, mentre le altre non riportano i classici “obiit” o “hic iacet”. Quella in alto a destra, che si presenta come la più “semplice”, datata 1434 (senza ulteriori precisazioni temporali), attesta che quello era il sepolcro di Martino di Bernardo (?) e di Lorenzo fratelli de La[…]ciis di Camogli e dei loro eredi. La sbeccatura della lastra impedisce di comprendere del tutto la scritta. Le lacune non consentono, a questo livello di indagine, di poter dare maggiori ragguagli sui fratelli Martino e Lorenzo di natali camogliesi. Incerto il cognome, incerto il nome del padre. Più esperti conoscitori del passato ligure potranno essere più circostanziati ed efficaci. La corrispondente sul lato opposto, invece, data al 1324. La pietra più antica. La traduzione letterale è questa: “[signum crucis] 1324, il 16 settembre. Memoriale del Signor Francesco de Podio (del Poggio) per il quale i fratelli stabilirono di far dire e di dire una messa ogni giorno in perpetuo per il bene (beneficio) da lui ricevuto”. Non è chiaro se la data scritta sia quella della morte o della costituzione del memoriale da parte dei fratelli del buon Francesco in forma di una messa quotidiana perpetua (un impegno anche economico non indifferente). D’altro canto, i de Podio o del Poggio erano una famiglia di facoltosi mercanti e di ricchi notabili della Genova medievale e rinascimentale, quindi nulla di sorprendente. Non sono state reperite notizie in particolare su Franciscus de Podio. Le due restanti lapidi sono le più significative e sono legate l’una all’altra. A sinistra ecco Ambrogio Giustiniani de Banca, mancato ai vivi nel 1423, e a destra, alla sua altezza, la moglie Manfredina Adorno, che cessò di vivere nel 1448. In verità, come già anticipato, non si è di fronte a due tombe, bensì a segnali di iniziative devozionali post mortem. Le rispettive traduzioni a seguire. La prima: “[signum crucis] 1423, 13 giugno. Il Reverendo Lettore Frate Paolo de Vivaldi, Vicario Generale del Convento di Santa Tecla dell’Ordine di Sant’Agostino, insieme con tutto il convento si obbligarono in perpetuo di celebrare quattro messe di cui una (sia) celebrata in questa sua cappella, le altre tre nella chiesa ovunque piacerà al priore per l’anima dell’egregio uomo Signor Ambrogio Giustiniani ossia de Banca e per la salvezza della Signora Manfredina sua moglie e dei suoi eredi per il bene (beneficio) ricevuto dal suddetto fu Signor Ambrogio”. La seconda: “[signum crucis] Gesù. 1448, 1° settembre. Avendo la signora Manfredina figlia del fu Signor Giorgio Adorno e moglie dell’illustre Ambrogio Giustiniani portato molti benefici al monastero di Sant’Agostino di Genova ed essendo degno (doveroso) provvedere (ricambiare) lei e la sua posterità e quella dei suoi (successori) con doni spirituali, per questa ragione il Reverendo Frate Giovanni di Montepulciano, così come il priore e tutti i frati di detto monastero hanno promesso e hanno obbligato lo stesso monastero a celebrare o far celebrare ogni giorno in perpetuo una messa per la salvezza dell’anima di detta defunta Signora Manfredina e della sua posterità e quella dei suoi (successori) di entrambi i sessi, in più hanno costituito quegli stessi (lei e successori) quali partecipi (in senso spirituale) di tutte le orazioni, digiuni, veglie, discipline (penitenze), pellegrinaggi e meriti dei frati del detto monastero”. Ambrogio Giustiniani de Banca era un “pezzo grosso” della Genova del prima Quattrocento. Fratello del più celebre Andreolo Giustiniani (umanista e collezionista), Ambrogio era nato nel 1375 circa a Chio. Dell’isola dell’Egeo strappata ai bizantini con le armi da alcune famiglie di mercanti genovesi, i Giustiniani uniti per via matrimoniale ai de Banca di Rapallo erano consignori. Facevano parte, infatti, del sodalizio commerciale coloniale e militare detto “Maona di Chio e Focea” che fu attivo dal 1346 al 1566. Secondo alcune fonti, Ambrogio sposò dapprima Orietta de Coronato e, in seconde nozze, Manfredina Adorno. Già questa lapide suggerisce che la chiesa da cui Federico Rosazza fece prelevare le epigrafi era quella del convento agostiniano di Santa Tecla. Il complesso di Sant’Agostino (così era ed è più noto) non fu distrutto come scritto da Dionisotti, ma spogliato completamente e destinato a usi profani. Esiste tuttora. L’intervento del rosazzese ha comunque preservato le epigrafi altrimenti destinate a scomparire. L’ultima lapide ricorda la pia Manfredina, la sua devozione e l’istituzione di una sua commemorazione perpetua, così come era avvenuto per il marito. Entrambe le iniziative di suffragio erano derivate di certo da legati “pro anima” che tanto Ambrogio quanto la vedova avevano dettato per testamento in favore del monastero dei frati agostiniani. Tra piccole imprecisioni ortografiche e contaminazioni volgari/dialettali (la “x” genovese, che si legge “j” alla francese, compare in “Ambroxius” e in “eclexia”), le quattro lapidi portate dal Mar Ligure sulle sponde del Cervo risultano interessanti per Rosazza, ma più ancora per Genova.
Note
- TRASCRIZIONE E TRADUZIONE DELLE QUATTRO LAPIDI
1. SX IN ALTO+ M CCC XX III die XVI septembris memoriale (letteralmente: memorile) Domini Francisci de Podio pro quo fratres ordinaverunt facere dici vel dicere unam missam omni die in perpetuum pro beneficio ab eo recepto.
1324, il 16 settembre. Memoriale del Signor Francesco de Podio (del Poggio) per il quale i fratelli stabilirono di far dire e di dire una messa ogni giorno in perpetuo per il bene (beneficio) da lui ricevuto.
Stemma scalpellato.
De Podio e Del Poggio, famiglia mercantile genovese.
- SX IN BASSO
+ M CCCC XX III die XIII iunii Reverendus Lector Frater Paulus de Vivaldis Vicarius Generalis conventus Sancte Thecle Ordinis Sancti Augustini una cum toto conventu obligaverunt se in perpetuum celebrare quattuor missas quarum una celebretur in ista sua capella tres vero in ecclexia ubicumque placuerit priori pro anima egregii viri Domini Ambroxii Iustiniani olim de Bancha et pro salute Domine Manfredine uxoris sue et heredum suorum pro beneficio recepto a supradicto Domino quondam Ambroxio.
1423, 13 giugno. Il Reverendo Lettore Frate Paolo de Vivaldi Vicario Generale del Convento di Santa Tecla dell’Ordine di Sant’Agostino insieme con tutto il convento si obbligarono in perpetuo di celebrare quattro messe di cui una sia celebrata in questa sua cappella, le altre tre nella chiesa ovunque piacerà al priore per l’anima dell’egregio uomo Signo Ambrogio Giustiniani ossia de Banca e per la salvezza della Signora Manfredina sua moglie e dei suoi eredi per il bene (beneficio) ricevuto dal suddetto fu Signor Ambrogio.
- DX IN ALTO
M CCCC XXX IIII Se[pul]crum Martini Bernardi (?) et Laurencii fratrum de La[…]ciis de Camolio et heredum suorum.
1434. Sepolcro di Martino di Bernardo (?) e di Lorenzo fratelli de La[…]ciis di Camogli e dei loro eredi.
- DX IN BASSO
+ Yehsus M CCCC XXXX VIII die prima septembris con [cum] domina Manfre(di)na fillia quondam Domini Georgii Adurni et uxor spe(c)tati Ambroxii Iustiniani multa beneficia contulerit monasterio Sancti Augustini de Ianua et dignum sit sibi et posteritati sue et suorum de donis spiritualibus subvenire ideo Reverendus Fratrer Iohannes de Monte Pulsano tam quam prior monasterii predicti et omnes fratres eiusdem monasterii promiscerunt et obligaverunt dictum monasterium ad celebrandum singulis diebus seu celebrari faciendum usque in perpetuum missam unam pro salute anime dicte quondam Domine Manfredine et posteritati sue et suorum utriusque sexus in super consituerunt eosdem participes omnium oracionum ieiuniorum vigiliarum disciplinarum peregrinationum et omnium meritorum fratrum dicti monasterii.
Gesù. 1448, 1° settembre. Avendo la signora Manfredina figlia del fu Signor Giorgio Adorno e moglie dell’illustre Ambrogio Giustiniani portato molti benefici al monastero di Sant’Agostino di Genova ed essendo degno (doveroso) provvedere (ricambiare) lei e la sua posterità e quella dei suoi (successori) con doni spirituali, perciò il Reverendo Frate Giovanni di Montepulciano, così come il priore di detto monastero e tutti i frati di detto monastero hanno promesso e hanno obbligato lo stesso monastero a celebrare o far celebrare ogni giorno in perpetuo una messa per la salvezza dell’anima di detta defunta Signora Manfredina e della sua posterità e quella dei suoi (successori) di entrambi i sessi, in più hanno costituito quegli stessi (lei e successori) quali partecipi (in senso spirituale) di tutte le orazioni, digiuni, veglie, discipline (penitenze), pellegrinaggi e meriti dei frati del detto monastero.