La Bürsch ai tempi del Barocco - Danilo Craveia - Martedì 11 agosto 2020

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11 agosto 2020
La Bürsch ai tempi del Barocco - Danilo Craveia - Martedì 11 agosto 2020
La Bürsch ai tempi del Barocco - Danilo Craveia - Martedì 11 agosto 2020

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La Bürsch sfida il Barocco e si (ri)scopre bellissima [Danilo Craveia, Eco di Biella, 10 agosto 2020]

La Valle Cervo entra nel Barocco (o viceversa) con una autonomia amministrativa e mercantile da Biella, conquistata dopo più di un secolo di lotte cruente. Da poco dopo la metà del Cinquecento la vallata aveva il suo mercato ed era “libera” dal giogo biellese, ma Biella non cessava di insidiare quei diritti tanto duramente acquisiti. Dal 1379 Andorno e valle si erano dati ai Savoia, ma è interessante notare come quella dedizione avesse solo in parte avvicinato la valle al Piemonte. Gli Challant erano stati infeudati della Valle d’Andorno e, sotto un certo punto di vista, la Valle d’Aosta si era espansa oltre il displuvio, soprattutto nella Bürsch. Nel primo Seicento gli Challant erano ancora nominalmente i titolari di quel possedimento antico (ma ormai l’astro dei nobili valdostani era al tramonto) e quella “doppia identità” si faceva sentire: Cacciorna, Sagliano e Tavigliano erano accomunati da un destino di indipendenza politica e di vitalità commerciale, non così ombreggiata da Biella (che all’epoca era meno popolosa dei quattro cantoni della valle). La Bürsch, invece, era la sorella senza dote, la cenerentola, quella che non meritava di essere ritratta nel 1668 per il Theatrum Sabaudiae (poi stampato nel 1682). Nel 1612 la Valle d’Andorno conta poco meno di 10.000 abitanti, mentre il capoluogo di provincia, cioè Biella, supera appena i 7.000. Il quarto cantone, ossia Valle (che corrisponde alla Bürsch), era più povero e arretrato, legato ad Andorno, ma assai connesso con il Vallese. La gente che abitava da Campiglia Cervo a Piedicavallo era figlia di una mescolanza che aveva per genitori il Cervo e il Lys, le Mologne e la Vecchia, ma anche Niel e gli alpeggi in quota sui pascoli condivisi. Il travaso è sempre stato a senso unico, da Gressoney, e non il contrario. Così il Barocco trova nella Bürsch una genia mista, dove molti cognomi hanno appena perso le sonorità francofone o walser. A dire il vero il Barocco, quando risale il Cervo, trova solo le donne (fin troppo libere nei costumi e nei modi, come deploravano i parroci di allora), sole per gran parte dell’anno. Gli uomini sono lontani, specialmente a Milano o nel Lodigiano. Sanno lavorare la pietra e costruiscono per lo più fortificazioni. Nel corso del XVII secolo dovranno lasciare quei cantieri perché la Guerra dei Trent’Anni interromperà quel flusso di manodopera stagionale (ma non solo) che doveva essere attivo già dai tempi dell’odiato Sebastiano Ferrero, nel primo Cinquecento, epoca del suo servizio milanese. È quello il momento (1512) in cui “compare” il culto del Battista nella Bürsch. Quindi il San Giovanni della Balma non è un’invenzione barocca. Resta da capire se sia stato esportato dai picapere, dopo averlo ricevuto dalla Vallée, o se sia invece stato importato proprio dalla Lombardia, da quel santuario del Calandrone presso Lodi dove lo si venerava dal XV secolo. Nel Seicento i valìt non cambiano il loro modo di vivere, ma devono cambiare destinazione. Sono le valli del Piemonte e della Savoia ad accogliere la loro arte muraria, per le nuove strade e, più ancora, per le nuove fortezze di un ducato fragile che aveva bisogno di difese. Così, il ritorno invernale alla natìa vallata permetteva ai mastri da muro di portare nella bisaccia le novità estetiche e costruttive vedute a Torino, a Chambéry, a Cuneo e a Ginevra. Nella sacca, con gli attrezzi e le monete, si portavano idee e libri, santi e pensieri. Tutti barocchi. Come San Mauro, patrono di Gliondini, che è un culto francese qui giunto a metà del Seicento, e il messale più bello del suo oratorio, che fu stampato a Lione nel 1660. Il Barocco è il tempo dell’appartenenza minima, del piccolo campanile, della divisione e della suddivisione. Al suo esordio l’antichissima San Lorenzo di Andorno ha già concesso la giurisdizione ecclesiastica sull’alta valle alla parrocchia di Campiglia Cervo (costituita come tale tra il 1535 e il 1575). San Bernardo (guarda caso un santo valdostano…) governa una terra estesa dove sorgono già diversi oratori, la vetusta Santa Maria di Pediclosso e il primo nucleo di San Giovanni d’Andorno. La Bürsch è abitata ovunque e i catasti andornesi della fine del Cinquecento disegnano una antropizzazione permanente, che è più capillare di quella odierna. Alpeggi e borgate, ognuna con una sua chiesina, officiata poco o niente, eppure presente e strenuamente difesa. Non solo: staccarsi da Andorno non basta più. Battezzare e seppellire a Campiglia Cervo non basta più. Rialmosso è la prima parrocchia a nascere dalla matrice campigliese (1606). Poi Piedicavallo, che aveva le sue buone ragioni in termini di scomodità (1666), e quindi Montesinaro (1754), tanto per congedare il Barocco con un’ultima segmentazione. Ognuna di queste ripartizioni ha comportato grandi sforzi, strenui sacrifici. Da una povertà non nascono quattro ricchezze e ognuna di quelle tre nuove parrocchie era un più povera di quella di Campiglia Cervo, cui doveva e avrebbe dovuto, decime perpetue. Barocco il tributo del formaggio del 1622. Eppure, in ognuna il Barocco si presenta ispirato dalla Controriforma e perciò forte di un rinnovato spirito religioso, più colorato e vivo. Non varca mai a mani nude la soglia dei piccoli oratori. Porta sempre qualcosa, nelle chiesette preesistenti come in quelle nate appena dopo il fatidico Anno di Grazia milleseicentesimo. A Forgnengo come a Bariola, a Piaro come a Oretto, a Beccara come a San Paolo… Barocca una tela alla maniera nuova, barocchi due candelieri, una cartagloria, un ostensorio… Non tutto si è salvato, ma quel che è rimasto attesta che i gli artisti forestieri, o i nostrani come i Serpentiere di Sagliano, non stettero mai inattivi: dipinsero, scolpirono, indorarono… La gente della Bürsch è credente e laica, ha visto la peste del 1630, gli spagnoli nel 1649, i francesi nel 1704. Ha visto il mondo e sa che si deve andar d’accordo, unirsi e fare del bene. La Bürsch è una terra dura e violenta, ci si ammazza per poco (i registri parrocchiali dei defunti di quel tempo sono fitti di “occisus”), ma è anche una terra di compagnie e di confraternite, di pietà e di filantropia. Barocco è l’Accati (notaio in Lodi…) che volle istituire la scuola della valle nel 1713. Don Furno pubblica la sua “Historia” nel 1702 e tramanda i miracoli del Precursore di Cristo che illumina la valle dalla sua balma. Quel parroco di Campiglia Cervo che veniva da Lenta è il primo “storiografo” della vallata. E sa che il vero miracolo è riuscire a vivere quassù, col freddo che fa in alto (barocca è anche la piccola era glaciale di quei tempi), con le montagne spoglie di alberi arsi nei camini e sacrificati al pascolo, con la neve che slavina e le piogge che portano via le strade e i ponti. Barocco è il ponte delle Fontane, che proprio don Furno fa gettare oltre il Cervo nel 1681 dove oggi si dice all’Asmara (alla fine dell’Ottocento fu rifatto, ma solo per essere allargato). Ma nella Bürsch è barocca anche l’amministrazione e la politica del territorio. Gli Challant si spengono all’esordio del Seicento. Nel 1613 Carlo Emanuele I impone un po’ d’ordine perché non si può andare avanti così e poi, a Torino, si inventano un marchesato. Agli andornesi e ai valìt non piace il vassallaggio. Si ricordano ancora e anche troppo bene di quello verso Biella, ma coi Savoia non si discute. È il 1621. Nasce il Marchesato d’Andorno, una porzione minima e misera del Ducato di Savoia dove occultare, senza sfarzo, il Bastardo, figlio naturale, ma pur sempre figlio, del suddetto Carlo Emanuele I. Don Emanuel di Savoia è barocco allo stato puro. Primo marchese d’Andorno, forse bizzarro e forse dissoluto (ma, forse, solo omosessuale, il che all’epoca bastava e avanzava), appassionato e solerte, “scomunicato” da un libraio pazzo, generoso e sfortunato. Il suo atto di morte, con molta miseria e pochissima nobiltà, è del 1652. Sepolto come un nessuno, perché nessuno lo voleva e alla fine interrato quando “iam fetebat”. Tutto barocchissimo. Dopo di lui il fratellastro Carlo Umberto, e poi, dal 1657, i San Martino Parella. Dapprima Alessio, poi il più celebre Carlo Emilio (dal 1674 al 1710), con le sue guerre, la sua “battaglia” sotto San Giovanni d’Andorno (per il santuario fece edificare un’ala che tuttora porta il suo nome), e infine Ghirone, che chiuse la dinastia andornese nel 1719. Nel frattempo, come per le parrocchie, anche le comunità si erano divise. Il cantone Valle voleva l’autonomia fin dalla metà del Seicento e la ottenne nel 1694. Ma fu solo l’inizio. Nel giro di sette anni si arriva alla separazione nella separazione. Piedicavallo, San Paolo Cervo e Quittengo cercano un’indipendenza amministrativa che appare inconcepibile alla luce di una indigenza endemica e di un isolamento atavico. Eppure. Campiglia Cervo resta capoluogo di se stessa, con la sede comunale ricavata nel campanile della chiesa. A Torino non sembra vero: non più un feudo solo, ma quattro, tutti nuovi. Buoni e barocchi, per soddisfare le pulsioni nobiliari di borghesi arricchiti e rami cadetti di schiatte minori. Tra il 1722 e il 1724 Campiglia Cervo passa ai Mochia di Cuneo (col titolo di marchesi), Piedicavallo ai Garagno di Chieri, Quittengo ai Davico di Fossano e San Paolo Cervo ai Bava di Fossano (tutti conti). Ma in pratica cambia assai poco. Cambiano i riscossori delle tasse, non le tasse (che di norma aumentano…). La feudalità barocca è tutta una facciata, ma le facciate barocche costano più delle chiese intere. Più concretamente i valligiani hanno altro a cui pensare. Per esempio i mulini, vero presidio di autonomia, che i Parella hanno sempre gestito male. Le macine e la farina non sono barocche. Barocco è il campanun di San Giovanni d’Andorno, che tutto sembra fuorchè in stile. Ma siamo in mezzo ai monti e il nostro Barocco non è prodigo di marmi, né poetico di stucchi, né lezioso di svolazzi. È solido e squadrato, senza fronzoli, di conci di buona pietra.

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