San Giovanni d'Andorno: tutto l'archivio sul web [Eco di Biella, 17 novembre 2012]

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17 novembre 2012
Collegio Convitto S. G. d'Andorno a. s. 1925-1926 (Archivio Storico Santuario di San Giovanni d'Andorno, foto Studio Rossetti)
Collegio Convitto S. G. d'Andorno a. s. 1925-1926 (Archivio Storico Santuario di San Giovanni d'Andorno, foto Studio Rossetti)

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San Giovanni d'Andorno: tutto l'archivio sul web

Da oggi bastano due click per percepire il battito secolare di uno dei cuori della Bürsch. E’ on line l’inventario dell’Archivio Storico del Santuario di San Giovanni d’Andorno. Si va su www.santuariosangiovanni.it e un pulsante fa accedere a un testo introduttivo, all’indice dell’inventario e ai contenuti dell’inventario stesso. Col secondo colpo di dito si entra in uno dei più importanti sistemi di conservazione della storia dell’Alta Valle Cervo e del Biellese in genere. Il cantiere archivistico è rimasto aperto per più di due anni ed è stato finanziato interamente dall’Opera Pia Laicale che amministra il Santuario di San Giovanni d’Andorno e che, da tempo, persegue l’obiettivo di tutelarne i beni culturali. I risultati raggiunti, ottenuti spesso anche grazie all’impegno economico e fattivo di privati e volontari, sono più che apprezzabili. La “filosofia” degli amministratori valit, presieduti da Ivana Lanza coadiuvata per l’ambito culturale da Anna Bosazza, si può riassumere in questi termini: il primo passo per ben governare è conservare la memoria storica e progettare il futuro è possibile solo se le radici sono ben ancorate al passato. E’ noto che la catalogazione dei volumi della biblioteca è terminata nel 2010 ed è disponibile sul sito www.polobibliotecario.biella.it. La conclusione dei lavori di inventariazione e di riordino dell’archivio storico è invece recente. Naturalmente quest’ultimo intervento deve essere inteso, così come quello sulla biblioteca, non solo come un’operazione di salvaguardia fine a se stessa, bensì come il primo passo per la restituzione, la condivisione e la valorizzazione di un patrimonio di tutti. In altre parole, i documenti del santuario, così come i suoi libri, sono a disposizione di coloro che vorranno fruirne a scopo di studio. Diamo quindi un’occhiata dentro l’archivio partendo dai numeri e dalla sua strutturazione generale. Quest’ultima ha il più possibile rispettato il precedente lavoro di archiviazione effettuato nel 1939 (di altre operazioni più o meno analoghe si sono trovate tracce risalenti al 1870, al 1882, al 1892 e al 1908) integrandolo in ragione delle nuove tipologie documentarie sedimentatesi sino al 1995. In termini quantitativi l’archivio si compone di 1438 unità archivistiche (cioè fascicoli o registri), suddivise in 8 categorie, 32 serie e 46 sottoserie. Il documento più antico (un atto di causa civile per ottenere la restituzione di una certa somma di denaro) data al 1627 e testimonia che la vita di un santuario di montagna era anche gestione delle risorse economiche e che, non di rado, le vie su cui si muovevano crediti e debiti erano “infinite” già nel XVII secolo. E anche di altre risorse era necessario occuparsi e, possibilmente, trarne qualche profitto, per esempio dal legname dei boschi di proprietà. La magrezza delle rendite dirette era però compensata dalla generosità di più d’un valët che in morte legava le proprie sostanze al santuario. Ma le spese erano comunque ingenti. C’erano la preziosa scuola voluta dal benefattore Accati nel 1713 e gli stabili del complesso da mantenere e da ampliare, la chiesa da abbellire e da ingrandire (ingrandimenti anche solo progettuali: il nuovo coro nel 1743, la cappella per la Statua nel 1829 e la cappella della Beata Vergine della Concezione nel 1910). Senza contare i profughi della Grande Guerra da ospitare e i pellegrini da accogliere. E poi i grandi eventi: la strada per Oropa da sistemare (grandiosa festa con banco di beneficenza e pozzo di San Patrizio organizzata nell’agosto del 1923 da apposito comitato presieduto da Alessandro Roccavilla), la lapide per Edmondo De Amicis (1925), il rettore don Miniggio da festeggiare (1946). Ma ciò che emerge dagli antichi scritti come da quelli più recenti, che parlano di statuti da aggiornare (come quando i comuni dell’Alta Valle divennero cinque con Rosazza all’inizio del Novecento), del Fascismo e dell’ultima guerra, è una traccia forte di umanità e di lavoro, una testimonianza di attività e di fatica, una tradizione di fervore religioso e di concretezza montanara. I piccoli miracoli, come quello delle coliche di una valligiana guarita per grazia del Santo nel 1684, si intrecciavano con liti annose (quella che vedeva coinvolte la Comunità di Andorno e le monache del convento di Santa Maria della Sala di Andorno era nata da un prestito di 1.000 crosazzi contratto nel 1617 e ancora si trascinava nel 1725). Le carte inerenti alle “turbolente” locazioni del ristorante, del rifugio della Galleria Rosazza e delle cascine alpestri Dejr, Sapel e Pian di Colmo convivono nei circa cento faldoni che contengono l’archivio insieme alle attestazioni delle travagliate vicende settecentesche dei titoli di credito che il santuario possedeva presso il Monte di San Giovanni di Torino. Ma a San Giovanni d’Andorno non c’è solo la storia remota. Si trova anche quella di ieri coi grandi personaggi del Novecento che i vecchi della valle ancora ricordano o dei quali si sente ancora parlare sebbene scomparsi da un secolo. Un paio tra i tanti. Il prof. ing. Giuseppe Maria Pugno (Firenze 1900 – Torino 1984), preside della facoltà di Architettura del Politecnico di Torino dal 1934 al 1969, che fu presidente dell’Opera Pia Laicale dal 1957 al 1964. Il cav. Giovanni Bosazza, morto a Torino il 26 settembre 1909. La sua cospicua (per usare un eufemismo…) eredità creò una ragionevole soddisfazione ma anche non pochi grattacapi per il santuario che entrò in contatto col “mondo” sardo (il campigliese aveva vissuto per un lungo periodo a Tempio Pausania, presso Sassari) nel quale il fu cavalier Bosazza aveva intessuto rapporti affettivi e acquisito legami parentali che, inevitabilmente, complicarono le cose al momento di ripartire le quote e di saldare le pendenze lasciate ai vivi dal defunto. Tutto (o quasi) finì con lo scoprimento della lapide con busto a lui dedicati il 29 agosto 1926. Il Santuario di San Giovanni Battista d’Andorno, a quanto pare l’unico in Piemonte e tra i pochi in Italia (un altro sorge a Merlino, a un passo da Lodi, proprio dove morì il suddetto benefattore Accati), è stato ed è uno dei punti di intersezione dei destini degli uomini della Bürsch. E’ stato ed è il frutto di una convivenza non sempre facile tra comunità, famiglie e persone unite da antiche origini comuni, ma divise in cantoni, borgate e paesi fortemente legate alla propria identità nell’identità, al proprio campanile. Eppure il Santo nella grotta ha sempre saputo catalizzare grandi energie e stimolare costruttive rivalità filantropiche tramandate ai posteri dalle epigrafi della chiesa e della rettoria.

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