Quattro pezzi barocchi. Gli “Incontri Barocchinvalle” di agosto 2020 [da "La voce di San Giovanni" Bollettino di Santuario di San Giovanni (Campiglia Cervo) Quadrimestrale Ottobre 2020 Numero 82]

Tipologia Documento
Data cronica
ottobre 2020
Attività sul campo per lo studio delle cappelle votive in Alta Valle Cervo
Attività sul campo per lo studio delle cappelle votive in Alta Valle Cervo

Tipologia

articolo

Contenuto

Quattro pezzi barocchi. Gli “Incontri Barocchinvalle” di agosto 2020 Nell’anno in cui si è celebrato il Barocco con una grande mostra presso la Reggia di Venaria, la rassegna Barocchinvalle - Il Cucchi e gli altri ha segnato un’occasione importante per mappare anche in Alta Valle del Cervo tutto ciò che, da un punto di vista artistico (in senso lato), è stato prodotto in un periodo che, convenzionalmente (con non poche deroghe ed eccezioni), si colloca tra il primo Seicento e la metà del Settecento. Il Centro di Documentazione dell’Alta Valle del Cervo - La Bürsch (www.altavallecervocentrodoc.it) ha intrapreso un importante percorso di ricerca che risulta essere (ancora nella sua fase embrionale) che ci permetterà di condividere efficacemente il patrimonio barocco, mobile e immobile, presente nella vallata. Per presentare l’inizio di questo cammino di ricerca, non poco ostacolato dalla situazione contingente, lo stesso Centro di Documentazione ha inteso proporre quattro serate a tema: “Incontri Barocchivalle”, tutte organizzate nella chiesa di San Giovanni d’Andorno.
La prima, introduttiva e finalizzata all’inquadramento storico, si è tenuta martedì 11 agosto. DANILO CRAVEIA ha descritto La Bürsch ai tempi del Barocco, ovvero la piena autonomia da Biella, la fine della feudalità degli Challant (che durava dal 1379), i rapporti stretti con la valle del Lys. Così il Barocco trova nella Bürsch una genia mista, dove molti cognomi hanno appena perso le sonorità francofone o walser. A dire il vero il Barocco, quando risale il Cervo, trova solo le donne (fin troppo libere nei costumi e nei modi, come deploravano i parroci di allora), sole per gran parte dell’anno. Nel Seicento sono le valli del Piemonte e della Savoia ad accogliere i valìt e la loro arte muraria, per le nuove strade e, più ancora, per le nuove fortezze di un ducato fragile che aveva bisogno di difese. Il Barocco è il tempo dell’appartenenza minima, del piccolo campanile, della divisione e della suddivisione. Al suo esordio l’antichissima San Lorenzo di Andorno ha già concesso la giurisdizione ecclesiastica sull’alta valle alla parrocchia di Campiglia Cervo. Ma alpeggi e borgate hanno una loro chiesina. Non solo staccarsi da Andorno non basta più.
Battezzare e seppellire a Campiglia Cervo non basta più. Rialmosso è la prima parrocchia a nascere dalla matrice campigliese (1606). Poi Piedicavallo, che aveva le sue buone ragioni in termini di scomodità (1666), e quindi Montesinaro (1754), tanto per congedare il Barocco con un’ultima segmentazione. In ognuna il Barocco si presenta ispirato dalla Controriforma e perciò forte di un rinnovato spirito religioso, più colorato e vivo. La gente della Bürsch è credente e laica, ha visto la peste del 1630, gli spagnoli nel 1649, i francesi nel 1704. Ha visto il mondo e sa che si deve andar d’accordo, unirsi e fare del bene, eppure la Bürsch è una terra dura e violenta. Nella Bürsch è barocca anche l’amministrazione e la politica del territorio. Nel 1621 nasce il Marchesato d’Andorno: una porzione minima e misera del Ducato di Savoia dove occultare, senza sfarzo, il Bastardo, figlio naturale, ma pur sempre figlio, del suddetto Carlo Emanuele I. Don Emanuel di Savoia è barocco allo stato puro.
Poi, dal 1657, i San Martino Parella. Nel frattempo, come per le parrocchie, anche le comunità si erano divise. Il cantone Valle voleva l’autonomia fin dalla metà del Seicento e la ottenne nel 1694. Ma fu solo l’inizio. Nel giro di sette anni si arriva alla separazione nella separazione. Piedicavallo, San Paolo Cervo e Quittengo. A Torino non sembra vero: non più un feudo solo, ma quattro, tutti nuovi. Buoni e barocchi, per soddisfare le pulsioni nobiliari di borghesi arricchiti e rami cadetti di schiatte minori. Tra il 1722 e il 1724 Campiglia Cervo passa ai Mochia di Cuneo, Piedicavallo ai Garagno di Chieri, Quittengo ai Davico di Fossano e San Paolo Cervo ai Bava di Fossano. Ma in pratica cambia assai poco. Cambiano i riscossori delle tasse, non le tasse (che di norma aumentano…). La feudalità barocca è tutta una facciata, ma le facciate barocche costano più delle chiese intere. Ma siamo in mezzo ai monti e il nostro Barocco non è prodigo di marmi, né poetico di stucchi, né lezioso di svolazzi. È solido e squadrato, senza fronzoli, di conci di buona pietra.
Giovedì 13 agosto è intervenuto RICCARDO QUAGLIA, presentando Il Sacro Monte di S. Giovanni d’Andorno. La serie di edifici religiosi contenti statue a grandezza naturale sorse lungo la mulattiera da Campiglia al Santuario a partire dal 1700. Comprende oggi cinque cappelle dedicate a figure di santi eremiti vissuti tra il IV e il V secolo (S. Paolo di Tebe che incontra S. Antonio eremita; S. Ilarione; S. Gerolamo; S. Onofrio) e alla Maddalena, raffigurata nella cappella più vicina al Santuario. Le cinque costruzioni, ben lontane dalla sontuosità barocca che caratterizza complessi simili in Piemonte e in Lombardia, sono ancora oggi in buono stato e alcune di esse conservano all’interno affreschi attribuibili alla bottega dei Lace di Andorno; la statuaria, di autore sconosciuto, è invece per lo più gravemente danneggiata. Il progetto che, nella scelta niente affatto comune dei santi rappresentati, dimostra una raffinata preparazione religiosa, fu forse sviluppato da Giovanni Battista Furno, dottore in Teologia e vicario foraneo della Valle di Andorno cui fu affidato in quegli stessi anni il compito di raccogliere e investigare grazie e miracoli compiuti per intercessione di S. Giovanni, illustrati in un volume pubblicato nel 1702.
L’attività del Furno, in effetti, contribuì fattivamente alla promozione e allo sviluppo del santuario. È probabile tuttavia che il progetto dedicato ai santi eremiti sia subentrato ad uno precedente, comprendente alcune cappelle edificate presso la chiesa, dedicate ad episodi della vita del Battista; se è vero, come affermato nelle Antichità Biellesi di Giuseppe Maffei, che una di esse, in cui era effigiato l’incontro tra Zaccaria e l’angelo e che fu demolita nel 1942, era stata ultimata nel 1625, si può affermare che, come a Oropa e a Graglia, lo sviluppo di un primitivo Sacro Monte fu anche a S. Giovanni d’Andorno il frutto del fervore devozionale che caratterizzò i primi anni del sec. XVII e che portò alla realizzazione di numerosi complessi analoghi anche al di fuori del Biellese. Solo all’inizio del secolo successivo il nuovo percorso si innestò sul precedente recuperando le cappelle secentesche in un cammino ascensionale che preparasse i pellegrini all’incontro con il Battista.
Martedì 18 agosto è stata la volta di ALESSANDRA MONTANERA che, con la conferenza intitolata Arte e artisti in Alta Valle del Cervo tra Barocco e Barocchetto, ha invitato a rispolverare un po’ di quella “piccola storia” importante per comprendere l’evoluzione artistica e culturale della vallata. In maniera paradigmatica, la nostra attenzione non può che rivolgersi innanzitutto al Santuario di San Giovanni d’Andorno. In particolare, la chiesa, che aveva già conosciuto una prima fase costruttiva che si era conclusa nel 1605 (data sul portale d’ingresso), la cui struttura attuale ci riporta ai lavori compiuti tra il 1738-1781, su progetto di Bernardo Vittone (che già aveva lavorato per il Santuario di Oropa). È qui che oggi ritroviamo l’opera dell’artista che, pur spingendo le date un po’ fuori dai margini del comune Barocco, rappresenta il momento più alto dell’arte in Alta Valle alla metà del Settecento. L’artista è Giovanni Antonio Cucchi e l’opera è lo Sposalizio mistico di Santa Caterina, oggi collocato nella prima cappella di sinistra. È autore anche della pala presente all’interno dell’oratorio di San Mauro di Gliondini, suo luogo natale da cui si mosse per prendere la strada della Lombardia e, in particolare, di Milano. Lontano dalla sua terra fu molto apprezzato. Protagonista di grandi imprese lavorative, affiancò anche il celebre Tiepolo per la decorazione di palazzi nobiliari. Mai, però, si dimenticò delle proprie origini. Alle opere citate, infatti, se ne aggiungano altre realizzate nella Bürsch, come la tela del Crocifisso con la Vergine, San Giovanni e la Maddalena presente nella parrocchiale di Campiglia. Proprio nell’antica parrocchiale di Campiglia in cui si conserva l’opera di uno dei più attivi artisti non Biellesi all’epoca, Anselmo Tognetti detto l’Allasina, originario della Valsesia. Di sua mano una Madonna con San Carlo, San Giovanni Battista, San Rocco e San Martino, attualmente nella Cappella di Sant’Antonio. Di lui, a Piaro, si conserva un affresco con la Madonna e il bambino con i SS. Bartolomeo e Stefano. Accanto alle grandi pale d’altare come quelle citate, che restituiscono solo un panorama parziale della produzione artistica dell’epoca, è necessario ricordare se non le singole opere, almeno altre due famiglie che hanno lasciato almeno un’opera nella quasi totalità degli edifici religiosi della Valle del Cervo, oratori compresi.
Si tratta delle famiglie dei Serpentiere, originari di Sagliano, una vera e propria dinastia di scultori attivi nel Biellese per quasi due secoli e quella dei Termine, iniziata dal capostipite Bartolomeo. Tra pulpiti, vie crucis, mobili da sacrestia, candelieri, reliquari e altari, l’elenco si farebbe molto lungo. Basti in questa sede ricordare il bel pulpito della parrocchiale di Campiglia, datato e firmato “1620, Antonio Nicolao Serpentiere”, come l’opera che diede avvio a questa tradizione di ottimi scultori in legno, i cui manufatti varrebbe la pena di studiare e censire… e presentare in un’altra interessante rassegna di conferenze nei prossimi anni!
L’ultimo, ma non meno interessante dei precedenti, è stato il contributo di RICCARDO DORNA, ovvero Immagini e devozione in Alta Valle del Cervo, dalla grotta di San Giovanni ai piloni votivi, giovedì 20 agosto. Cosa hanno in comune i piloni votivi della Valle del Cervo, esempio di arte popolare devozionale, con l’epoca che artisticamente risulta fra le più strutturate e complesse, ossia quella barocca? Apparentemente, escludendo alcuni esempi valligiani risalenti al XVIII secolo, molto poco. Gli anni dal 1600 al ‘700 inoltrato sono stati contraddistinti da espressioni artistiche molto teatrali, meravigliose e coinvolgenti, dove la distanza fra osservatore e osservato voleva essere rotta, spezzata, eliminata. É proprio in epoca barocca che l’opera d’arte vuole instaurare una privilegiata relazione di coinvolgimento fra manufatto e osservatore, fedele nella quasi totalità dei casi. Anzi sono proprio sovente le opere d’arte miracolose ,sacre, e perchè no, devozionali, che vengono esaltate, presentate, rappresentate.
Non è forse un ex-voto la Basilica di Superga, il capolavoro di Filippo Juvarra, consacrata il primo novembre del 1731? Già le distanze fra piloni e epoca barocca si accorciano. Con ciò non si intende dire che essi nascano in quest’epoca, anzi le origini andrebbero ricercate nei secoli precedenti, ma che proprio con quell’epoca artistica hanno in comune la stessa volontà di smuovere l’animo dello spettatore. Questi modesti manufatti alpini, e non solo, sono in grado di relazionare un evento privato, una grazia, un “miracolo” con un pubblico, magari umile d’origine, ma non d’animo, che percorrendo i sentieri dove le numerose cappellette dimorano, lo conduce a portare una preghiera, un ricordo, un pensiero, comprendendo come i colori, le figure, e le arti visive possono aiutare e stimolare l’atteggiamento devozionale dei fedeli, così come il cardinale Paleotti nel 1582 ci ricordava, proprio nell’epoca della Controriforma, che segna l’inizio, in un certo senso, di quella barocca.

 

Link esterni